Scicli – Verso le prossime elezioni amministrative: “fra equilibri che cambiano, occasioni mancate e il futuro che ancora non si discute abbastanza”
- 12 Ottobre 2026 - 13:19
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Una riflessione sulla politica sciclitana, fra equilibri che cambiano, occasioni mancate e il futuro che ancora non si discute abbastanza.
Ci sono città nelle quali la politica comincia dalle idee e città nelle quali, invece, comincia dai nomi. Scicli, almeno a giudicare dai primi movimenti che accompagnano l’avvicinarsi delle prossime elezioni amministrative, sembra appartenere, per il momento, alla seconda categoria: prima il nome, poi le alleanze, quindi gli equilibri e, soltanto alla fine, se rimarrà tempo e soprattutto se converrà a tutti gli interlocutori, il programma.
È per questo che, prima ancora di entrare nel merito delle candidature, ritengo doveroso spiegare chi sia questo tale Ulisse, che qualcuno potrebbe presto incontrare sulle pagine dei giornali locali o nelle pieghe, più discrete, del dibattito cittadino.
Sono un professionista sciclitano, abbastanza conosciuto in città, che ha sempre preferito osservare la politica piuttosto che frequentarla direttamente; ho conosciuto uomini e donne delle istituzioni, ho ascoltato discussioni pubbliche e private, ho seguito campagne elettorali, maggioranze, opposizioni, cambi di partito e improvvise conversioni politiche, senza tuttavia sentire mai la necessità di sedermi al tavolo dei protagonisti.
E continuerò a farlo.
Non perché non abbia opinioni, ma perché, per ragioni professionali, preferisco non creare e non crearmi problemi, né trasformare un’opinione politica in una possibile conseguenza personale. L’anonimato, in questo caso, non è dunque un espediente per sottrarmi al confronto, ma una scelta consapevole che mi consente di raccontare ciò che vedo senza dover necessariamente associare ogni considerazione alla mia persona.
Ho scelto il nome Ulisse non per presunzione, ma per una semplice suggestione: come il più celebre dei viaggiatori, anch’io posso osservare Scicli da una certa distanza e raccontare ciò che vedo durante questo viaggio, nella convinzione che talvolta sia necessario allontanarsi, almeno idealmente, dai luoghi nei quali si consumano le vicende quotidiane per riuscire a comprenderne meglio le dinamiche. Il viaggio di Ulisse, del resto, non fu soltanto un viaggio nello spazio, ma soprattutto un lungo esercizio di osservazione, pazienza, curiosità e ritorno.
Non pretendo di possedere la verità, né ho intenzione di dispensare giudizi inappellabili; mi interessa, piuttosto, porre domande che forse qualcuno preferirebbe non sentire, ricostruire vicende che rischiano di essere dimenticate e provare a distinguere, quando possibile, ciò che viene raccontato ai cittadini da ciò che accade realmente nella vita politica della città.
E allora cominciamo.
Una città che aspetta il nome dal tavolo provinciale
Nel centrodestra, a quanto si può comprendere osservando i primi movimenti, sembra ripetersi un copione che a Scicli conosciamo ormai piuttosto bene: si attende il nome, o meglio si attende che il nome venga scelto da qualcun altro.
Si mettono sul tavolo alcune candidature, si misurano gli equilibri territoriali, si ascoltano le segreterie provinciali, si fanno i conti con i partiti regionali e, alla fine, il candidato che uscirà dal confronto dei livelli superiori diventerà, con ogni probabilità, il candidato di tutti coloro che a quel tavolo fanno riferimento. A quel punto, le preferenze individuali, le ambizioni personali e persino le eventuali riserve maturate nei mesi precedenti finiranno verosimilmente per lasciare spazio alla disciplina di partito, che in certe circostanze viene invocata come una virtù imprescindibile e in altre sembra improvvisamente diventare un ostacolo alla libertà di scelta.
Non importa poi molto quale fosse il nome preferito il giorno prima: se la decisione verrà assunta altrove, il compito dei rappresentanti locali sarà soprattutto quello di adeguarsi, ricomporre le divergenze e presentare alla città una coalizione sufficientemente compatta da affrontare la competizione elettorale.
La domanda, tuttavia, rimane: quale progetto politico accompagnerà quella candidatura?
Perché un conto è chiedersi chi possa essere il prossimo sindaco di Scicli; altra cosa, assai più impegnativa, è chiedersi che cosa dovrebbe fare il prossimo sindaco di Scicli, quali priorità intenda perseguire e quale idea di sviluppo sia disposto a sostenere anche quando questa dovesse entrare in contrasto con gli interessi, le convenienze o le aspettative di una parte della sua stessa coalizione.
È una differenza sottile, ma decisiva, perché una candidatura può nascere da un accordo fra gruppi politici, mentre un progetto amministrativo credibile deve necessariamente misurarsi con le esigenze della comunità che si propone di governare.
E forse sarebbe proprio da qui che bisognerebbe cominciare.
Marino: cinque anni dopo, quale città ci consegna?
Mario Marino arrivò alla guida della città nel 2022 presentandosi con una coalizione formalmente civica, composta da liste che avevano scelto di non esibire direttamente, almeno nella denominazione, il riferimento ai partiti tradizionali; ma chi conosce le dinamiche della politica sciclitana sa bene che la natura di una coalizione non si esaurisce nel nome che essa decide di attribuirsi, né basta rinunciare ai simboli di partito per rendersi estranei alle logiche, alle relazioni e agli interessi che attraversano gli schieramenti politici.
La mia impressione, infatti, è che quella che venne presentata come una coalizione civica fosse, nella sostanza, una delle aggregazioni più politiche fra quelle in campo. Marino insistette per non avere nomi di partito sulle liste, ma è difficile dimenticare che Siamo Scicli veniva comunemente ricondotta all’area politica di Nino Minardo, mentre le altre formazioni civiche che sostenevano il candidato sindaco esprimevano, seppure attraverso percorsi e sensibilità differenti, un’area riconducibile prevalentemente al centrodestra.
Non si trattava, dunque, di una coalizione priva di riferimenti politici, bensì di una coalizione nella quale quei riferimenti avevano scelto di non essere dichiarati apertamente attraverso le insegne dei rispettivi partiti; una distinzione che, all’epoca, poteva apparire conveniente sul piano elettorale, ma che il trascorrere degli anni avrebbe progressivamente reso assai meno convincente.
Perché, come spesso accade, le appartenenze politiche che non si vogliono dichiarare prima delle elezioni finiscono per manifestarsi con maggiore evidenza dopo, quando gli equilibri si ridefiniscono, i consiglieri assumono nuove collocazioni e le vecchie identità civiche lasciano progressivamente il posto alle tessere, ai gruppi consiliari e alle appartenenze ufficiali.
C’è poi una questione che meriterebbe, da sola, una riflessione più approfondita: quella dei continui mutamenti di collocazione politica che hanno attraversato il Consiglio comunale, modificando, nel corso della legislatura, la geografia degli schieramenti usciti dalle urne nel 2022.
Perché il problema non riguarda soltanto chi oggi si avvicina a un partito diverso da quello nel quale militava ieri, ma il significato stesso del mandato ricevuto dagli elettori. Un cittadino che vota una lista civica, che sceglie un candidato sulla base di un programma e di una determinata appartenenza politica, ha diritto di sapere se, quattro anni dopo, quella scelta rappresenti ancora qualcosa di riconoscibile oppure sia diventata soltanto il ricordo di una campagna elettorale.
Basta ripercorrere alcuni passaggi di questa legislatura per comprendere come la questione non sia né marginale né circoscritta agli ultimi movimenti.
Giuseppe Arrabito ed Enzo Giannone erano stati eletti nella lista Siamo Scicli; nel corso della legislatura sono approdati a Forza Italia. Sabrina Micarelli, eletta con Obiettivo Comune, ha anch’essa successivamente aderito a Forza Italia. Andrea Di Benedetto, eletto con Libertà Popolare, ha attraversato diverse collocazioni consiliari, passando dal gruppo misto a Forza Italia, prima di prendere le distanze dalla maggioranza nel 2026. Questa presa di distanze, è forse legata al fatto che lo stesso Di Benedetto è socio in affari con Vincenzo Iurato, portavoce di Territorio, ovvero la lista che si prospetta a sostenere Caterina Riccotti come candidata sindaca? A questa domanda forse abbiamo già la risposta o forse l’avremo fra qualche mese.
La vicenda, peraltro, non sembra essersi conclusa. Si dice in giro che anche Desirè Ficili e Lorenzo Bonincontro possano essere prossimi a un avvicinamento a Fratelli d’Italia, circostanza che, qualora trovasse conferma, aggiungerebbe un ulteriore tassello a quella progressiva ricollocazione partitica che sta ridisegnando il panorama politico cittadino. Per il momento, naturalmente, si tratta di un’indiscrezione che non intendo presentare come un fatto acquisito; ma, anche qualora non dovesse trovare conferma, rimane il dato politico di una maggioranza che, nata sotto il segno dell’autonomia civica, ha finito per essere attraversata da appartenenze, transiti e fratture che ne hanno profondamente modificato l’identità originaria.
E qui mi torna in mente una frase che Giuseppe Tomasi di Lampedusa affidò al suo Gattopardo, e che continua a conservare una sorprendente attualità ogni volta che la politica cambia forma senza riuscire a cambiare davvero sostanza: «Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi».
A Scicli, forse, è accaduto qualcosa di persino più singolare: sono cambiate le casacche, si sono ridefinite le alleanze, alcuni protagonisti hanno trovato nuove collocazioni e altri hanno abbandonato la maggioranza, mentre il cittadino, che nel 2022 aveva espresso il proprio voto sulla base di una determinata proposta politica, si ritrova oggi davanti a uno scenario nel quale riconoscere i confini fra maggioranza e opposizione è diventato un esercizio tutt’altro che agevole.
Ecco perché la questione non può essere liquidata come una semplice faccenda di equilibri interni ai partiti: quando cambiano le appartenenze, quando si modifica il perimetro di una maggioranza e quando i rappresentanti eletti sotto un determinato simbolo ne abbandonano successivamente il gruppo originario, è legittimo domandarsi quale rapporto rimanga fra il mandato ricevuto dagli elettori e le scelte politiche compiute nel corso della legislatura.
La politica, naturalmente, è fatta anche di evoluzioni, di ripensamenti e di nuove convinzioni; ma proprio per questo dovrebbe avere il coraggio di spiegare le proprie trasformazioni, anziché pretendere che i cittadini le considerino irrilevanti.
Perché il trasformismo non si misura soltanto contando quante volte un consigliere cambi gruppo, ma anche verificando quanto sia rimasto del progetto per il quale i cittadini lo avevano scelto.
E se oggi la maggioranza Marino appare assai diversa da quella uscita dalle urne, la domanda che dovremmo porci non è soltanto chi sia rimasto e chi se ne sia andato, bensì quale idea di città sia sopravvissuta a questa continua ridefinizione degli equilibri.
Il Consiglio comunale: il luogo nel quale si dovrebbe discutere del futuro
Non vorrei essere frainteso: un’amministrazione comunale non si giudica soltanto dalle grandi opere, né si può pretendere che ogni legislatura produca una rivoluzione urbanistica, economica o sociale. Governare una città significa anche garantire la continuità dei servizi, affrontare problemi ordinari e assumere decisioni che, pur non avendo grande risonanza pubblica, incidono concretamente sulla vita quotidiana dei cittadini.
Ma il Consiglio comunale dovrebbe essere il luogo nel quale la città discute di sé stessa, il luogo del conflitto politico quando il conflitto è necessario, della mediazione quando la mediazione è utile e della responsabilità quando occorre assumere decisioni difficili, anche a costo di scontentare qualcuno.
Invece, per lunghi tratti di questa consiliatura, si è avuta l’impressione di assistere a un esercizio prevalentemente amministrativo, nel quale il Consiglio è stato chiamato più spesso a ratificare l’esistente che a costruire l’avvenire.
E qui sta, secondo me, la vera delusione dell’esperienza Marino.
Non tanto perché tutto sia stato fatto male — sarebbe una semplificazione infantile — ma perché, al di là dell’ordinaria amministrazione e degli interventi che possono essere valutati positivamente, è mancata quella percezione di un disegno complessivo che dovrebbe distinguere una stagione amministrativa da una semplice successione di provvedimenti.
Una città come Scicli non può vivere soltanto alla giornata. Ha bisogno di sapere dove vuole essere fra dieci, quindici o vent’anni; ha bisogno di decidere quale agricoltura vuole proteggere, quale turismo vuole costruire, quale rapporto vuole avere con le proprie borgate, quale spazio intende concedere alle trasformazioni urbanistiche, come intende difendere il paesaggio, come vuole valorizzare il proprio patrimonio culturale e, soprattutto, quale equilibrio vuole mantenere fra sviluppo economico e tutela del territorio.
Perché il giorno in cui una città smette di porsi queste domande, comincia semplicemente a subire le risposte degli altri.
E quando le decisioni strategiche vengono assunte senza una discussione pubblica sufficientemente ampia, il rischio è che il futuro della comunità venga determinato non da una visione condivisa, ma dalla somma di interessi contingenti, convenienze politiche e provvedimenti che, considerati singolarmente, possono persino apparire ragionevoli, ma che nel loro insieme finiscono per disegnare una città diversa da quella che i cittadini avrebbero voluto.
E l’opposizione?
Qui, se possibile, il discorso diventa ancora più severo, perché una maggioranza può essere mediocre, può essere litigiosa, può persino essere numericamente fragile; ma se l’opposizione non svolge fino in fondo il proprio compito, il problema diventa istituzionale.
A Scicli abbiamo assistito troppo spesso a un’opposizione silenziosa, prudente, talvolta persino accomodante, e non sono mancate circostanze nelle quali consiglieri formalmente collocati all’opposizione hanno votato favorevolmente provvedimenti della maggioranza o ne hanno consentito l’approvazione, fino ad arrivare a situazioni nelle quali proprio i voti dell’opposizione hanno contribuito a garantire la sopravvivenza numerica dell’amministrazione.
La politica, naturalmente, conosce la parola «responsabilità», ma responsabilità non dovrebbe mai diventare sinonimo di supplenza permanente, soprattutto quando si tratta di sostenere provvedimenti rispetto ai quali sarebbe stato necessario un confronto politico più netto e una maggiore assunzione di responsabilità da parte di chi governa.
È certamente possibile considerare il sostegno a un atto amministrativo come un gesto di responsabilità istituzionale; tuttavia, è altrettanto legittimo chiedersi dove finisca la responsabilità verso l’istituzione e dove cominci, invece, quella responsabilità politica che dovrebbe appartenere innanzitutto a chi governa.
E poi ci sono le scelte.
Caterina Riccotti, Consuelo Pacetto e Marianna Buscema, pur provenendo da percorsi politici differenti e pur avendo assunto nel tempo posizioni diverse, sono state protagoniste di una stagione nella quale alcune decisioni urbanistiche avrebbero meritato un confronto pubblico ben più approfondito. La variazione delle sottozone E1 e il preliminare del PUG, per esempio, non sono dettagli tecnici che possano essere archiviati fra le tante deliberazioni di un Consiglio comunale: sono atti destinati a incidere sul futuro urbanistico e territoriale della città, sulla tutela del paesaggio e sul rapporto fra interessi privati e interesse collettivo.
Proprio per questo, chi oggi si propone come alternativa all’amministrazione uscente dovrebbe spiegare ai cittadini quali scelte abbia sostenuto ieri, quali valutazioni abbia compiuto e quali correzioni ritenga necessarie per il futuro.
La domanda non vuole essere un processo alle intenzioni, né una pretesa di immutabilità delle posizioni politiche; vuole semplicemente richiamare un principio che dovrebbe essere fondamentale in ogni democrazia: chi aspira a governare domani deve essere disposto a rendere conto delle decisioni assunte ieri.
Non si può chiedere ai cittadini di dimenticare il passato soltanto perché si è cambiato gruppo, partito o collocazione politica, così come non si può rivendicare una discontinuità amministrativa senza spiegare in cosa essa dovrebbe concretamente consistere.
La credibilità di una proposta alternativa, in fondo, si misura anche dalla capacità di riconoscere gli errori, chiarire le responsabilità e indicare una strada diversa, senza rifugiarsi nella comoda ambiguità di chi pretende di rappresentare il cambiamento senza affrontare il peso delle proprie precedenti scelte.
In un Consiglio comunale nel quale le appartenenze si sono fatte progressivamente più incerte, le distanze fra maggioranza e opposizione sono apparse talvolta così sfumate da rendere difficile persino comprendere chi avesse realmente il compito di contestare le scelte dell’amministrazione, c’è una figura che, piaccia o meno, merita una considerazione distinta: Bruno Mirabella.
Non perché abbia sempre avuto ragione, né perché i suoi modi, talvolta particolarmente coloriti, siano stati necessariamente i più efficaci o i più concilianti; ma perché, anche quando il suo linguaggio ha suscitato perplessità e le sue posizioni non hanno incontrato il consenso di tutti, è rimasta riconoscibile la funzione che egli intendeva esercitare, quella di un consigliere che non rinunciava a sollevare questioni, contestare provvedimenti e costringere la maggioranza a confrontarsi con argomenti che, in altre circostanze, avrebbero forse attraversato l’aula consiliare senza incontrare una resistenza altrettanto visibile.
Si può dissentire dal suo metodo, si possono discutere le sue valutazioni e si può persino ritenere che alcune battaglie avrebbero meritato toni differenti; ma sarebbe intellettualmente disonesto non riconoscere che, in una stagione amministrativa segnata da un’opposizione spesso silenziosa e da una maggioranza attraversata da continue trasformazioni, Mirabella abbia rappresentato una presenza costante, una voce che non si è lasciata assorbire dalla comoda ambiguità di chi, pur sedendo all’opposizione, finisce talvolta per offrire alla maggioranza un sostegno determinante.
La democrazia, del resto, non consiste soltanto nel contare i voti con i quali un provvedimento viene approvato, ma anche nel garantire che le decisioni siano sottoposte a un controllo effettivo, che le ragioni di chi governa siano esposte pubblicamente e che chi dissente possa esercitare fino in fondo il proprio ruolo senza essere indotto a confondere la responsabilità istituzionale con una sorta di acquiescenza permanente.
È proprio in questa distinzione che risiede, a mio avviso, il merito politico di un’opposizione autentica: non impedire per principio che la città venga amministrata, ma evitare che l’amministrazione finisca per considerare il consenso, anche quando numericamente fragile, come una delega priva di limiti e di verifiche.
E se in questi anni Bruno Mirabella è stato, con tutti i limiti che ogni protagonista politico inevitabilmente porta con sé, una delle poche presenze capaci di mantenere accesa questa funzione di controllo, ciò non significa che egli debba necessariamente essere considerato il candidato ideale per la prossima stagione; significa, più semplicemente, che il suo operato consiliare merita di essere valutato per quello che è stato, senza pregiudizi e senza che il giudizio sul suo stile cancelli la sostanza del ruolo che ha svolto.
Il 2022: undici voti e una città che prese un’altra strada
Per comprendere alcune delle contraddizioni che oggi attraversano il panorama politico sciclitano, occorre tuttavia tornare alle elezioni del 2022, quando Caterina Riccotti ottenne 2.734 voti al primo turno, appena undici in più rispetto ai 2.723 raccolti da Giorgio Vindigni, mentre Mario Marino, con 4.619 voti, si collocò al primo posto senza riuscire a superare la soglia necessaria per essere eletto direttamente.
Undici voti: una distanza apparentemente insignificante, ma sufficiente a raccontare quanto la politica possa dipendere da equilibri sottili e da decisioni che, nel momento in cui vengono assunte, sembrano riguardare soltanto i rapporti fra candidati e che, invece, possono finire per condizionare il destino amministrativo di un’intera comunità.
Dopo il primo turno si sarebbe potuto immaginare un percorso di dialogo fra Riccotti e Vindigni, un tentativo di convergenza che tenesse conto della vicinanza dei rispettivi risultati e della necessità, per chi aspirava a governare la città, di costruire un’alternativa sufficientemente ampia alla candidatura di Marino; quel percorso, però, non si realizzò, e il ballottaggio si trasformò nel confronto diretto fra Marino e Riccotti, conclusosi con la vittoria del primo.
Non intendo sostenere che un accordo fosse necessariamente dovuto, né che la politica debba ridursi alla ricerca di intese aritmetiche costruite esclusivamente per impedire la vittoria dell’avversario: ogni candidato ha il diritto di difendere la propria proposta e di rifiutare accordi che ritenga incompatibili con la propria identità, ma chi decide di non percorrere una strada deve essere consapevole che anche quella rinuncia produce conseguenze, le quali non possono essere cancellate semplicemente invocando, a distanza di anni, la legittimità delle proprie intenzioni.
È questa, in fondo, la differenza fra il giudizio morale su una scelta e la sua valutazione politica: la prima riguarda le ragioni che hanno indotto qualcuno ad agire, la seconda impone di interrogarsi sugli effetti che quella decisione ha prodotto.
E così, a distanza di quattro anni, quegli undici voti e la mancata convergenza fra due candidature rimangono un passaggio significativo nella ricostruzione della vicenda amministrativa sciclitana, perché contribuiscono a spiegare come si sia arrivati a una stagione che oggi molti giudicano deludente e che, comunque la si voglia valutare, ha profondamente modificato gli equilibri della politica locale.
Caterina Riccotti, che allora aveva avuto la possibilità di giocarsi il ballottaggio e di rivendicare una proposta alternativa, oggi si ripresenta in uno scenario diverso, con un percorso politico che l’ha condotta nel Partito Democratico e con una rete di interlocuzioni che sembrano collocare la sua candidatura al centro di una più ampia strategia di ricomposizione del centrosinistra.
Ed è proprio qui che il passato torna a interrogare il presente: perché, se nel 2022 la questione era capire come costruire un’alternativa a Marino, oggi la questione dovrebbe essere capire quale alternativa si intenda effettivamente proporre alla città, con quali contenuti, con quali alleanze e, soprattutto, con quale grado di discontinuità rispetto alle scelte che hanno segnato gli anni appena trascorsi.
La nuova stagione: davvero primarie o soltanto incoronazioni?
L’ingresso di Caterina Riccotti nel Partito Democratico e il ruolo che Nello Di Pasquale sembrerebbe averle riconosciuto nella ricostruzione del campo progressista rappresentano elementi politici che meritano attenzione, non tanto perché un dirigente abbia il diritto di sostenere una figura nella quale ripone fiducia — cosa del tutto legittima — quanto perché, quando si annuncia la volontà di costruire una coalizione ampia e partecipata, diventa necessario chiarire se il confronto sia realmente aperto oppure se, sotto la superficie di un dialogo formalmente inclusivo, si stia già consolidando una candidatura destinata a raccogliere il consenso dei diversi interlocutori.
Si dice in giro che Riccotti sia diventata una sorta di delfina politica di Di Pasquale a Scicli e che proprio attorno a questa prospettiva si stia cercando di ricostruire una parte della rete di Territorio; saranno gli interessati, naturalmente, a chiarire quanto vi sia di fondato in queste interpretazioni, ma il dato politicamente rilevante è che la candidatura sembra inserirsi in una strategia che va oltre la semplice ambizione individuale e che coinvolge gruppi, riferimenti provinciali e interlocutori con una storia ormai consolidata nella politica locale.
Il ritorno sulla scena di Territorio, insieme alla presenza di Start Scicli, gli «startini» come vengono comunemente chiamati nel linguaggio cittadino, rende il quadro ancora più interessante, perché all’interno di queste realtà convivono professionalità, sensibilità e percorsi differenti, ma è proprio rispetto alle grandi scelte urbanistiche che sarebbe opportuno comprendere quale idea di sviluppo si intenda sostenere e quali garanzie si vogliano offrire ai cittadini.
Non è mia intenzione attribuire indistintamente interessi particolari a persone o gruppi, né sarebbe corretto farlo senza elementi concreti; ritengo, tuttavia, che il cittadino abbia tutto il diritto di chiedere a chi si candida a governare quali siano le proprie posizioni sulle trasformazioni urbanistiche, sulla tutela delle sottozone E1, sul preliminare del PUG e, più in generale, sul delicato equilibrio fra le legittime esigenze di sviluppo economico e la necessità di preservare un territorio che costituisce una delle principali ricchezze di Scicli.
Perché quando si parla di urbanistica non si discute di una materia riservata agli addetti ai lavori, ma del futuro di un paesaggio, del valore di un patrimonio collettivo e della possibilità che le generazioni successive possano ancora riconoscere la propria città senza dover constatare che ogni scelta è stata compiuta inseguendo l’interesse immediato, anziché una visione di lungo periodo.
È in questo contesto che l’ipotesi di una candidatura di Riccotti, accompagnata dal ritorno di formazioni e reti politiche già protagoniste della vita cittadina, dovrebbe essere valutata non soltanto sulla base della capacità di aggregare consensi, ma anche attraverso la disponibilità a chiarire quale rapporto si intenda instaurare fra sviluppo, interessi economici e tutela del territorio.
Ed è proprio per questo che la discussione sulle candidature dovrebbe essere accompagnata da un confronto serio sui programmi, mentre a Scicli sembra talvolta verificarsi il processo inverso: prima si individuano i nomi, poi si cercano le alleanze e infine, quasi per completare il quadro, si annuncia la necessità di costruire un progetto condiviso.
Si parla di tavoli del centrosinistra, di incontri, di partecipazione e di primarie, ma non sempre appare altrettanto chiaro quali siano i contenuti sui quali questi confronti si starebbero sviluppando; e quando i comunicati pubblici sembrano attribuire maggiore importanza all’esistenza del tavolo che alle decisioni che da quel tavolo dovrebbero scaturire, è inevitabile che sorga il dubbio che la costruzione della candidatura stia procedendo più rapidamente della costruzione del programma.
Ma permettetemi una piccola malizia da osservatore.
Se il nome è già sul tavolo, il tavolo a cosa serve?
La domanda non vuole essere una provocazione fine a sé stessa, né un tentativo di negare la legittimità delle aspirazioni di chi si propone di guidare la città; vuole semplicemente ricordare che le primarie, per avere un significato politico autentico, devono rappresentare uno strumento attraverso il quale una comunità sceglie liberamente fra proposte realmente concorrenti, e non un rito destinato a confermare una decisione maturata altrove.
Se il confronto è aperto, lo si dimostri attraverso i contenuti, la trasparenza delle regole e la disponibilità ad accettare un esito diverso da quello inizialmente auspicato; se, invece, gli equilibri sono già stati definiti, sarebbe forse più rispettoso nei confronti dei cittadini ammettere che la partita si sta giocando altrove, senza attribuire al confronto pubblico una funzione che rischierebbe di essere soltanto ornamentale.
In questo scenario, nel quale una parte della politica sciclitana sembra impegnata a ridefinire appartenenze, ricomporre gruppi e individuare il nome attorno al quale costruire la prossima competizione elettorale, continua a circolare quello di Bruno Mirabella, un nome che, almeno per quanto si percepisce nel dibattito cittadino, sembra suscitare interesse anche perché associato alla possibilità di affrontare la campagna elettorale partendo non soltanto dalla composizione delle alleanze, ma dalla definizione dei problemi che Scicli dovrà affrontare nei prossimi anni.
Non so se Mirabella sarà candidato, non so quale forma assumerà l’eventuale progetto che potrebbe raccogliersi attorno alla sua figura; mi pare, tuttavia, che il semplice fatto che il suo nome venga associato a una discussione sui programmi meriti di essere osservato con attenzione, soprattutto in una fase nella quale il dibattito pubblico rischia di essere assorbito dalla ricerca di un equilibrio fra personalità e gruppi politici.
La differenza, infatti, non consiste nel sostenere che un nome sia migliore di un altro, ma nel chiedersi quale metodo debba guidare la scelta di chi sarà chiamato a governare la città: se debba prevalere la logica della candidatura costruita attraverso gli accordi fra le componenti politiche, oppure se quegli accordi debbano essere il risultato di un confronto preliminare su una visione amministrativa condivisa, nella quale siano chiariti gli obiettivi, le priorità e persino le rinunce che una comunità deve essere disposta ad accettare per realizzare un progetto credibile.
È una questione che riguarda Mirabella come qualunque altro potenziale candidato, perché nessuno, per quanto riconoscibile o politicamente determinato, può pretendere di sostituire la propria persona alla necessità di un programma serio; ma è altrettanto vero che, quando il dibattito comincia a interrogarsi sul futuro della città prima ancora di avere definito chi dovrà rappresentarlo, si introduce un elemento di discontinuità rispetto a una politica che troppo spesso sembra considerare il programma come un documento da elaborare dopo aver già deciso chi dovrà guidare la coalizione.
Scicli avrebbe bisogno di una discussione che partisse dal territorio, dalla qualità dei servizi, dalla gestione del patrimonio pubblico, dal turismo, dall’agricoltura e dalla capacità di trasformare la ricchezza culturale e paesaggistica in un’opportunità duratura, senza consumare proprio quelle risorse che rendono la città diversa da tante altre; avrebbe bisogno, soprattutto, di una visione urbanistica capace di distinguere lo sviluppo dalla semplice espansione edilizia e di una classe dirigente disposta a spiegare con chiarezza quali interessi intenda tutelare quando le scelte amministrative entrano in conflitto.
È su questo terreno che dovrebbero misurarsi le candidature, perché la credibilità di un aspirante sindaco non si valuta soltanto dalla capacità di mettere insieme una coalizione, ma anche dalla disponibilità a rendere pubbliche le proprie priorità e ad assumersi la responsabilità delle decisioni che ne derivano.
In fondo, non occorre essere particolarmente esperti di politica per comprendere che un sindaco dura una legislatura, una maggioranza può disgregarsi, un partito può cambiare segretario e una lista civica può trasformarsi nel tempo in una formazione pienamente inserita negli equilibri dei partiti nazionali; ciò che non cambia con la stessa facilità è il territorio, e ciò che non può essere ricostruito senza costi enormi è la fiducia di una comunità che si accorga troppo tardi di avere affidato il proprio futuro a una politica priva di una direzione riconoscibile.
Per questo, più che domandarmi chi sarà il prossimo sindaco, preferisco chiedermi quale città riceverà in eredità e quale città sarà in grado di consegnare a chi verrà dopo di lui.
È una domanda meno spettacolare di quelle che animano i retroscena elettorali, ma forse proprio per questo è quella che meriterebbe di occupare il centro della discussione pubblica.
Perché i nomi passano, le coalizioni si ricompongono, le appartenenze si modificano e le promesse vengono inevitabilmente sottoposte alla prova dei fatti; Scicli, invece, resta, con le sue bellezze, le sue contraddizioni e le sue possibilità ancora inespresse.
E se Ulisse ha deciso di intraprendere questo piccolo viaggio attraverso la politica cittadina, non è per aggiungere un’altra voce al coro di chi sostiene un candidato o combatte quello avversario, ma per provare a ricordare, di tanto in tanto, che una comunità dovrebbe avere il diritto di conoscere non soltanto i nomi di coloro che aspirano a governarla, ma anche le ragioni per le quali dovrebbero essere scelti.
Continuerò a osservare, senza tessere da esibire e senza candidature da annunciare, nella convinzione che talvolta una certa distanza dai protagonisti consenta di vedere con maggiore chiarezza le dinamiche che li attraversano.
Alla prossima.
Ulisse Di Scicli












