La famiglia del 39enne comisano Giuseppe Guastella, hanno presentato un esposto attraverso il legale di fiducia, l’avvocato Tommaso Tamburino, per fare chiarezza sulle cause della morte del giovane familiare.

Giuseppe Guastella è deceduto lo scorso 12 marzo: la famiglia vuole vederci chiaro, verificare se possa essersi trattato di un caso di malasanità.

L’uomo era stato ricoverato all’ospedale Guzzardi di Vittoria dal 20 febbraio al 3 marzo, per un problema di diverticolite, e poi trasferito a Ragusa in Cardiologia supponendo problemi cardiologici. Era stato quindi operato all’addome, ma, a distanza di qualche giorno dall’intervento, era peggiorato ed era deceduto all’ospedale “Giovanni Paolo II”.

Ora, a distanza di due mesi dall’accaduto, con il corpo dell’uomo ancora fermo all’obitorio, è stata fissata la data dell’incidente probatorio per il conferimento ai tecnici incaricati dal Tribunale dell’incarico per effettuare l’esame autoptico.

Sarà eseguita il 30 maggio l’autopsia.

I genitori di Giuseppe, Rosario ed Enza Guastella, qualche giorno fa avevano scritto e inviato agli organi di stampa una lettera; il contenuto, qui di seguito:




Alla cortese attenzione delle Istituzioni, degli Organi di Stampa, e dell’Opinione Pubblica

Con il cuore gravato da un dolore che non conosce tregua, ci rivolgiamo a voi non solo come genitori straziati, ma come cittadini che credono ancora nella giustizia, nella responsabilità e nella dignità della vita umana. Siamo la famiglia di un giovane uomo – nostro figlio – che non c’è più. Non per una tragica fatalità, non per una malattia incurabile, ma – sospettiamo – per un caso gravissimo di malasanità.

Nostro figlio è morto solo. Solo in un letto di ospedale, dove avrebbe dovuto essere curato, assistito, salvato. Invece è stato abbandonato, ignorato, dimenticato. Una tempistica disattesa, un protocollo non rispettato, un’urgenza sottovalutata: questi sembrano essere stati i fattori che hanno spezzato la sua giovane vita. Una perdita che ha sconvolto per sempre la nostra esistenza e quella di tutti coloro che lo amavano.

Eppure, il dolore non ha avuto nemmeno il tempo di trovare un briciolo di pace. Sono passati oltre due mesi e nostro figlio si trova ancora in una cella frigorifera, in attesa di un’autopsia che non arriva, di una verità che sembra non interessare a nessuno, di una risposta che nessuno vuole dare. È umano tutto questo? È giusto? È degno di un Paese che si dice civile?

Abbiamo avviato, da tempo, tutte le azioni legali necessarie. Ma è come se il percorso si stesse arenando, non per responsabilità del nostro avvocato, ma per una lentezza che appare ingiustificabile, per una burocrazia che schiaccia le persone invece di sostenerle. E mentre tutto si ferma, nostro figlio giace da oltre due mesi in una cella frigorifera, in attesa di un’autopsia che tarda, di una verità che sembra non voler emergere, di risposte che nessuno si prende la responsabilità di dare.

È questa la giustizia? È questa la pietà che dovrebbe essere garantita a ogni famiglia spezzata da un lutto?

Noi vogliamo verità. Non vendetta, non rabbia: verità. Per nostro figlio, per la sua memoria, per chi resta, per tutti gli altri che potrebbero trovarsi un domani nella stessa situazione. Perché ciò che è accaduto non accada mai più. Nessuna famiglia dovrebbe subire ciò che stiamo vivendo: l’angoscia, il silenzio, l’attesa che uccide ogni giorno un po’ di più.

Chiediamo con forza che si faccia luce. Chiediamo che le Istituzioni intervengano, che la Magistratura agisca con celerità, che i responsabili – se vi sono – vengano identificati e che vengano assunti provvedimenti affinché la negligenza non diventi mai normalità. Chiediamo ai Media di dar voce a questa storia, di accendere un riflettore là dove si sta tentando di spegnere ogni domanda, ogni speranza, ogni ricordo.

Non ci fermeremo. Non accetteremo che il silenzio copra la verità, che il tempo annulli le responsabilità, che nostro figlio venga dimenticato. Aiutateci a rendere visibile questo grido, a trasformare un dolore indicibile in un appello alla coscienza collettiva. Perché la morte di un figlio non può restare una statistica, una pratica in sospeso, un corpo dimenticato in una stanza fredda.

Lo facciamo per lui. Lo facciamo per tutti.

Con rispetto ma con voce ferma,

Rosario ed Enza