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Procedendo sullo spunto fornito da un recente intervento di riflessione di John Gray riguardo le simpatie di Leopardi nei confronti del politeismo dei gentili, con pudicizia afferro l’occasione per rinnovare la mia devozione ai culti ancestrali legati al Caso ciclico, alla Natura, all’auspicio di rientrare lietamente nel miglior convivenza con Essa, e azzardo la sintesi di taluni miei datati pensieri – spero pertinenti – su queste pagine. Tuttavia un distinguo va operato subito, tra la mia mediocre prospettiva, e quella del poeta di Recanati, e non solo sulla base della qualità d’espressione letteraria: Gray sostiene che Leopardi fosse critico del Cristianesimo, “ma non perché fosse incompatibile con il materialismo. Non vacillò mai nella sua convinzione che gli esseri umani possano vivere solo sulla base dell’illusione. Le sue obiezioni alla religione cristiana non erano tanto intellettuali quanto morali ed estetiche: la attaccava a causa del suo impatto sulla felicità e sulla qualità della civiltà.” Il senso della contraddizione rilevata da Leopardi e richiamata da Gray sta tutto nel razionalismo della teologia cristiana, platonica e aristotelica allo stesso tempo, aperta alle questioni del Tempo e dello Spazio solo in funzione di un disvelamento della vacuità naturale a vantaggio della preferenza per l’escatologia ultraterrena da nudi nell’anima (glisseremo per ora sul problema della riappropriazione corporea destinata alla fine dei tempi).

Quel che si vuol dire è che il cristianesimo è sin troppo materialista, per Leopardi, tanto da rendere tristemente fatua la vita terrena-naturale. Ne sono in più modi persuaso anche io; non ritroveremo mai, nel sistema morale cristiano, la possibilità di banchettare con gli Dei come facevano i Feaci, non avremo mai occasione di aspirare alla copula coi Numi, né potremo ambire alla conseguente prole semidivina. Non potremo giocare – questo a mio avviso l’aspetto realisticamente più grave – da adulti esperienti e coscienti, con la stessa serenità nel volto delle figure dell’arte minoica, perché incombe un dovere universalistico di “fare qualcosa” per produrre una qualche salvezza fine a noi stessi, obbligo egoisticamente da estendere non più a molti ma a tutti (cattolicesimo). Dunque non abbiamo più tempo per cincischiare, come dice la politica dei nostri giorni, occorre al più presto “fare”. Precisiamo, tuttavia, che il sistema morale cristiano esprime senz’altro un “come e cosa fare”, ciò risulta chiaramente dalla lettura evangelica perlomeno. E si tratta certamente di un sistema etico-politico-economico buono da osservarsi, poiché indirizzato alla “solidarietà”. In effetti, occorre tenere in conto che già in epoca pagana i richiami ai doveri universalistici, da ossequiare in funzione di un premio ultraterreno, si fanno via via pressanti, in gradualità temporale, sino all’apoteosi della prima parusia cristiana. Tanto che, seguendo il percorso di tali primitive riflessioni-istanze, risulterà senz’altro rafforzata l’idea che le religioni, a prescindere dall’esistenza o meno delle entità superiori cui ci si vuol re-legare, sono essenzialmente un fatto politico umano: dalla tristezza – per l’appunto – dei Feaci nell’Odissea, per la collera divina cui erano incorsi e che aveva causato l’abbandono dell’antica convivialità poc’anzi richiamata, sintomo questo di un istintuale necessità di spiegare un silenzio altrimenti inspiegabile, passando per le elucubrazioni degli eleati e del loro ancor più eretico seguito (ricordiamo solamente la condanna di Socrate, colpevole più o meno di apostasia), fino alle derive pienamente protocristiane dei filosofi e dei poeti latini, il cosiddetto passo è breve.

Ne citerò poche, almeno due. Primeggia per fama il sommo Virgilio, in una altrettanto nota profezia – o presunta tale – da rilevare alla lettura della IV Ecloga delle Bucoliche:
“È giunta l’ultima era dell’oracolo di Cuma, nasce di nuovo il grande ordine dei secoli. Già ritorna la Vergine, ritornano i regni di Saturno, già una nuova stirpe scende dall’alto del cielo. E tu, casta Favina, sii propizia al Bambino che oggi nasce. Sotto il tuo consolato, Pollione, proprio sotto di te, nascerà l’onore delle genti […] sotto di te, se ancora durano i segni del nostro peccato, una volta cancellati, libereranno le terre dall’eterno dolore. E Lui avrà la vita degli dèi, vedrà eroi misti agli dèi e sarà visto fra loro e governerà il mondo pacificato dalle virtù del Padre […] e le caprette riporteranno a casa le mammelle piene di latte e gli agnelli non avranno paura dei grandi leoni e morirà il serpente e morirà l’erba ingannatrice per veleno.”, in tali parole l’ambizione alla pax augustea di una certa aristocrazia colta si fonde al crescente – ma destinato alle interpretazioni postume – desiderio di un Salvatore redentore dell’umanità intera (capro espiatorio della tribù globale). Quel che si chiede ad Augusto è necessariamente superiore alle capacità dell’imperatore, umanamente impossibile, per quanto vicino alla divinità lo si voglia credere. Se la richiesta di un Nuovo Ordine Mondiale da contrapporre alla ciclica casualità si traduce in termini estetici anche con la poesia di Virgilio, il mezzo per porla in pratica venne già delineato qualche tempo prima dal repubblicano Cicerone, nelle declinazioni della Pietas e della Giustizia, sempre in funzione politica, ossia per la salvezza della Patria: “…a tutti coloro che avranno contribuito a salvare la patria, a proteggerla, a ingrandirla, è riservato in cielo un luogo sicuro dove potranno essere felici per l’eternità; perché nulla di quanto avviene sulla terra è più caro al Dio supremo che regge il mondo delle aggregazioni e delle comunità degli uomini associati nel principio del diritto…” e ancora, dei giusti premiati nell’aldilà, scrive: “…essi vivono, poiché si liberarono dalle catene del corpo, come da un carcere. In realtà morti siete voi”, rivolgendosi a noi nelle contingenze terrene “illusi di vivere.” In pratica, per aspirare alla salvezza, si deve “praticare la giustizia e la pietà, che se è importante nei rapporti con i genitori e i familiari, lo è ancor di più nei confronti della patria … questa è la via che conduce al cielo…” così Cicerone, e prosegue indicando all’uomo la destinazione del diventare Dio.

Queste minimali prefigurazioni della dottrina cristiana non sono altro che la rappresentazione dotta di una esigenza civile, di risposta alla questione fondamentale posta dall’insoddisfacente fatalismo pagano: qualcosa può opporsi alla insicurezza quotidiana, alla cultura dell’eroe che orgogliosamente si pone a confronto persino bellico con le divinità, come Diomede che furiosamente si scaglia contro lo stesso dio della guerra? Orgoglio e vanità, probabilmente insostenibili a fronte di risultati senz’altro grami fuori dall’epos di tipo omerico, tale è l’humus dei dubbi psicanalitici del precedente Euripide, questi dubbi sono la tragedia dell’insicurezza di una fragile civiltà individualista che si disgrega sotto l’assedio del barbaro straniero; aggregato in un vincolo di volontà ancora giovane e quindi fortissimo; in modo affine la volontà di potenza prima fu causa di Roma, poi dissolvendosi in vecchiaia si convertì a danno di Roma.

Alcune idee di tali forestieri, tuttavia, filtrate emergendo tra le strette maglie dello scempio generalizzato, come quella di cui erano latori i seguaci di Mitra, risposero in qualche modo alla lacuna politica-religiosa. Meglio di tutti risposero i seguaci di Cristo. Il Comunitarismo – è noto, anche per luoghi comuni – nasce qui, spinto dall’esigenza di aggregare soci (“concilia coetusque hominum iure sociati”, come già detto, suggerisce Cicerone), su basi più solide e solidali, e giunge oggi sino al secondo millennio, tra alti e bassi secolari, seguendo l’esito probabilmente infausto di una malattia degenerativa che aveva già manifestato segni preoccupanti sin dai tempi della controriforma; giunge dunque a noi che con reciprocità perversa viviamo la globalizzazione da perfetti sconosciuti, quando nuove pulsioni di contrazione all’individualità traspaiono sempre più gravemente nelle dinamiche sociali (Trump è la maggiore delle conseguenze rilevabili, ma c’è ancora ben altro nel calderone). D’altro canto, scendendo minimamente nei particolari, la Chiesa di Roma non risponde più alle richieste degli associati, nella sfera temporale (così come auspicato sin dai tempi di Dante) perlomeno formalmente dal 20 settembre 1870 (Breccia di Porta Pia, contestualmente alle leggi di eversione dell’asse cattolico), e come religione razionalista da molto prima non fornisce delucidazioni sull’escatologia spirituale, almeno non oltre il consiglio di affidarsi umilmente alla preghiera; l’incapacità a trovare sintesi sociali fa da contesto e dunque, al di là del pessimismi inutili, una nuova domanda irrisolta si propone già dalla fine del secolo scorso, sempre in maniera più forte in queste ultime ore: come tornare a essere felici, non ricorrendo ad etiche ed estetiche già note che in nuovi contesti potrebbero – ed è statisticamente comprovabile – non più funzionare? Qui termina il malinconico sguardo verso le nostalgie di Leopardi, il quale – egli medesimo, ricordiamolo e immaginaimocelo – di tali ubbie carnali sorrideva con mesta rassegnazione. A noi invece toccherebbe reagire, poiché i tempi son maturi per qualcosa che vada oltre il rimpianto, la consolazione del ragionamento, o peggio ancora l’affidamento alla superstizione. E certamente dobbiamo auspicare ad un da fare che oltrepassi il puro scopo del fare, non me ne vogliano i giovanilisti grilleschi renzini.

Enrichetta Groenewegen-Frankfort così delineava i tratti gestuali dell’arte cretese: “Vita significa movimento, e la bellezza del movimento era intessuta in quella trama di forme viventi, che si definisce “scene naturalistiche”; questa bellezza si mostrava nei corpi umani occupati nei loro giochi severi e ispirati da una presenza trascendente, giochi liberi e insieme conformi a regole, senza alcuno scopo, proprio come senza scopo è il tempo ciclico.” Ebbene, sono personalmente convinto che per tornare a giocare seriamente occorra dapprima cimentarsi nell’esercizio ciclico – forse anch’esso ludico – di fornire anche per via di finzione e illusione una risposta alla domanda: siamo felici su questa terra, come possiamo ragionevolmente continuare ad esserlo, compatibilmente alla medesima e presumibile esigenza espressa dall’esistenza del prossimo? Sono ancora più intimamente persuaso che il platonico sempiterno movimento, non mosso da altri che da sé, debba attraversare la crisi del monoteismo contemporaneo approdando a un pantheon che risulti summa di tutti gli enti immanenti, trascendenti, conoscibili e inconoscibili di cui l’immaginazione e l’esperienza ci forniscono informazioni. Forse si tratterebbe di un nuovo modo di re-legare l’umanità alla sacralità dell’essere e soprattutto del non essere che, passando per queste affratellanti vie, giungerebbe in soccorso di una ragion critica ormai in affanno per ragioni di naturale declino civile; tale prospettiva non potrà che risultar gradita all’imperatore Marco Aurelio, auspicato alla redenzione nazarena per la condotta esemplare tenuta, prima di divenir grande persecutore di cristiani. Il suo stoico fratello poeta, Leopardi lettore di Epitteto, continuerà a sorridere mestamente, ne sono conscio come macchina rotta di una illusione sognata, ma con ogni buona probabilità alla fine non potrà che osservarci con benevolenza e benedirci per il tentativo.

Gaetano Celestre

 

…invito il lettore all’attenta osservazione della foto ornamento dell’articolo, ad una conseguente riflessione succedanea a quanto avrà interpretato dal circostante ambientale e da quel che si è detto poco più su. Dovrà tenere in considerazione, tuttavia, che la figura ritratta e proposta non rappresenta l’opera di un artista moderno intenzionato a traslare sino ai nostri tempi – stilizzandola – la monumentalità ellenica, e che invece se una simbologia fallica la si vuol rinvenire essa va colta nelle quotidiane dinamiche commerciali. L’immagine, probabilmente, evidenzia un grosso problema ancora da affrontarsi nei confronti di un in macha e monumentale espansione. La copertina di Sticky Fingers, ricordiamocelo, era sberleffo, linguaccia stonesiana, ribellione; questa proposta di immedesimazione fisica invece sembra l’immagine di una possibile causa-simbolo rappresentativa della macha velleità umana (da declinare al maschile, ma anche al femminile, e al neutro; il gallismo ora si manifesta in tutti i generi), fenomeno nuovamente ben riscontrabile in giro per il mondo. Ritornano gli anni ’80, più forti che mai? Saluti!