Di Lisa Pitrolo, classe IV, Istituto Tecnico per il Turismo Scicli

Se qualcuno venisse a raccontarmi che la scuola pubblica italiana, in passato, ha visto periodi peggiori dell’attuale, probabilmente sarei combattuta tra il ridergli in faccia e lo scoppiare in lacrime. Siamo seri: cosa potrebbe accadere di peggio al nostro paese, al momento? Forse, solo che i Maya ci hanno visto giusto e che il 21 del prossimo mese schiatteremo in comitiva. E quanti di noi hanno veramente compreso a pieno ciò che sta accadendo? Approssimativamente nessuno. Sospetto, neanche le persone che noi stessi abbiamo eletto per guidarci, accomodati placidamente sulle confortevoli poltrone del Parlamento, in attesa del ricco stipendio. Quanti di noi sono al corrente che l’Italia possiede più del doppio dei parlamentari dell’America? E che quindi ha i politici più strapagati e gli insegnanti più sottopagati del mondo? Eppure, i tagli continuano ad avvenire all’interno del corpo docenti, con più ore per gli insegnanti di ruolo, allo stesso stipendio, e tanta disoccupazione per i precari, che non sanno più che pesci prendere, e a cui resta solo la possibilità di far sentire la propria voce attraverso la protesta.

Ebbene, è proprio ciò che sta accadendo in questi giorni, qui a Scicli come in tutta Italia. Cortei, proteste, occupazioni. Le vittime della crisi sono stanche di vedersi ignorate, e ancor di più di sentirsi dire che “l’Italia sta lavorando per superarla”. I fatti dove stanno? In che modo i nostri politici stanno operando per migliorare la situazione finanziaria del paese? Spendendo cinquantamila euro – spiccioli, considerata la loro abituale paga – per far rifare il seno alla loro amante e comprare un’auto sportiva nuova al loro figlio?

Questo è quanto dichiarato da un libero professionista del paese: “Mi chiedo: dove cagano i politici? Normalmente, ciò che si produce, per qualche secondo fino a che non tiri lo sciacquone, riesci a vederlo. E non è certo un bello spettacolo. Allora, come fanno i politici a non vedere la merda in cui hanno trascinato e continuano a mantenere il paese?”

La sua non è la sola testimonianza che mi sono occupata di trascrivere.

Un insegnante dell’istituto sciclitano Quintino Cataudella, ha invece rivolto la sua accusa agli informatori: i telegiornali. “Non ci si può più fidare neanche dei giornalisti”, ha dichiarato. “Sono corrotti, pagati dal potere.” Ha poi rivolto l’attenzione nei riguardi di un altro problema in agguato. “La sanità pubblica non ha futuro. Da un giorno all’altro, si arriverà ad avere lo stesso sistema sanitario che in America, e allora anche la salute cesserà di essere nostro diritto inalienabile, diventando una sorta di privilegio dei soli benestanti.”

Ma cosa pensano gli studenti, a tal proposito? Nessuno sembra chiederselo mai. Nessuno ce lo viene a chiedere direttamente. E nessuno – neanche la scuola – si preoccupa di tenerci informarti sulla situazione del paese, il che non ci fa sentire esattamente presi sul serio. Più che altro, ci sentiamo trattati come bambini, come non fossimo all’altezza, in grado di comprendere. Ma è davvero questa la verità? O, forse, nessuno, la fuori, ha capito abbastanza da riuscire a spiegare?

Le domande che più mi premeva rivolgere ai miei coetanei sono due: QUAL È LA TUA SITUAZIONE A CASA E COSA VORRESTI DIRE AI POLITICI ITALIANI?

Elisa ha risposto: “Siamo in cinque, a casa, e la crisi si avverte moltissimo da noi. I miei genitori si sono trovati gli stipendi dimezzati, e io, essendo la più grande di tre fratelli, sento il dovere di rimboccarmi le maniche e lavorare per non rappresentare un peso per i miei genitori. E in più, devo vedermi sfruttata a lavoro, in quanto sgobbo a lungo per una paga misera, solo perché non sono ancora maggiorenne.

Vorrei parlare ai politici dei miei genitori, e del modo in cui si fanno in quattro – farsi in quattro! Qualcuno di voi sa cosa significa? – per portare il pane a casa ogni giorno.”

Chiara ha ribadito: “Anche noi siamo in cinque, a casa, e abbiamo la fortuna di poterci considerare tutt’ora benestanti. Ma non abbiamo alcuna garanzia, in quanto il lavoro di mio padre è un’incognita, del domani non sappiamo nulla. È un po’ come vivere alla giornata.

A scuola non mi hanno preparata a tutto questo. Non saprei cosa dire ai politici, in quanto non so più cosa sia l’Italia per me.”

Stefano ha affermato: “Anziché evolverci, nel ventunesimo secolo stiamo facendo ritorno al passato, alla vita dei nostri nonni, che lavoravano già da giovanissimi per mantenersi, anziché studiare.” Poi Claudia: “Forse, gli adulti sono convinti che noi giovani siamo materialisti, e invece siamo consapevoli anche noi della crisi e stiamo rinunciando a un sacco di beni inutili.”

E per quanto riguarda il futuro? Esiste? È un’illusione?

Samuele ha risposto: “Ognuno di noi ha dei sogni, ma venendo a mancare la possibilità di concretizzarli siamo sempre più portati a spostarci verso l’estero. E i politici sembrano stare solo a guardare, mentre questo succede. A breve si creerà un vero e proprio circolo vizioso: se l’Italia, e quindi i politici, non ci garantiscono ciò di cui necessitiamo, emigreremo in massa, l’Italia diventerà un paese fantasma e i politici non avranno più alcun popolo da governare. A quel punto, saranno loro a non avere un lavoro.”

Giovanni ha aggiunto: “Per non parlare dei pregiudizi! Se proviamo a spostarci al nord, per trovare un’occupazione, ci ritroviamo comunque disoccupati in quanto “terroni”. Il sud è, per il resto d’Italia, sinonimo di ignoranza e arretratezza. Francamente sono concetti del genere a risultare ignoranti.”

Maria ha tratto le conclusioni: “Non possiamo più permetterci di sognare. È così, l’Italia ci ha tagliato le ali. Sappiamo che nel migliore dei casi, avremo un lavoro che neanche ci piace, una vita che non può essere considerata tale, ma bensì sarebbe più corretto definirla sopravvivenza.”

Simone ha aggiunto: “I problemi esistono anche all’interno della scuola stessa. Il rapporto tra insegnate e alunno è completamente da rivedere, ad esempio. Ci sono insegnanti che tutt’ora cercano di ostacolare i nostri tentativi di ribellione, senza capire che è anche per loro che lo stiamo facendo. Insegnanti che si comportano da veri e propri bulli, costringendo gli studenti delle sezioni prime e seconde – i più piccoli, appunto – ad obbedire loro anche in piena autogestione. Questa cos’è? Dittatura? Forse preside e corpo docenti dimenticano che LA SCUOLA SIAMO NOI, e che, pertanto, loro non sono niente senza di noi. Che non siamo solo il loro futuro, ma anche il loro presente.”

E in effetti, la nostra scuola – che mai è stata una cima, in quanto organizzazione – presenta numerosi disagi. Quei pochi soldi che ci arrivano, sono mal stanziati. Pare spaventosamente stupido a tutti, aver fornito ogni aula di lavagne multimediali, quando nei bagni mancano sapone e carta igienica e il riscaldamento lascia parecchio a desiderare. Stendiamo, poi, un velo pietoso sulla famosa palestra di cui l’I.T.E. attende, ancora speranzoso, la costruzione, utilizzando, nel frattempo, al suo posto, un luogo del tutto inagibile.

Questi e altri disagi: tutte cose su cui potremmo facilmente passar sopra, se solo avessimo la certezza che, una volta usciti da quelle mura, avremo un futuro. E non uno qualunque. Non uno da commesso in un supermercato o da estetista. Bensì, il futuro che abbiamo sempre sognato.