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È risaputo che le cose più gravi accadono sempre proprio mentre si discute di altro, ingannevolmente passato per più importante (grazia e decadenza di S.B., diatribe congressuali – persino locali – per la conquista di una segreteria a partito “vuoto”, la richiesta trasparenza dei servizi segreti e le missioni di pace degli eserciti armati, etc, etc…). Ipocrisie a parte (non riesco a trattenermi dal ridere, quando penso a tutto il bordello che si è creato nei notiziari per la storia delle telefonate intercettate dagli americani. Problemi: 1) la Merkel non può essere intercettata, mentre noi cittadini “normali” sì? 2) A parte James Bond, si è mai visto un agente segreto che si manifesta per tale pubblicamente? 3) Ripeto, può essere trasparente l’azione di una agenzia di servizi segreti? 4) É davvero una così gran novità scoprire che gli americani spiano gli “altri”?) – sebbene comunque debba ammettere che è divertente commentare al bar queste storielle – nei giorni scorsi il Fatto Quotidiano ha riportato una notizia (segnalo link) che dovrebbe far tremare al solo balenio in mente. Qualcosa che probabilmente era immaginabile solo in ambiti letterario-catastrofici: un “batterio killer” (Xylella Fastidiosa) sta facendo seccare migliaia di ulivi. Per ora sembra che il contagio sia limitato al solo Salento, ma la preoccupazione riguarda tutto lo Stivale (compresa isola a forma di triangolo posta dinanzi alla punta, pronta per esser calciata).

Essendo essenzialmente un malpensante cronico, ho l’impressione che ci si debba porre delle domande (che resteranno ovviamente insolute) del tutto analoghe a quelle che riguardano il famoso coleottero (“punteruolo rosso”), ancora funesto per le malcapitate palme isolane: a causa di quale evento si è dato inizio al contagio? È stata forse opera umana ad aver in qualche modo influenzato l’accadimento disastroso? Ad es. è possibile immaginare che qualcuno abbia importato alberi malati a prezzo ridotto?

Non so se in Sicilia si è già verificato qualche caso di contaminazione di uliveti, e non so neanche se precauzioni siano già state prese in considerazione (lo spero!), non so neanche di chi bisogna in realtà fidarsi in tale genere di informazioni (segnalo un altro link, ove in qualche modo la gravità viene smentita), il punto è che tale problema ci riguarda comunque. Riguarda un territorio, quello della provincia di Ragusa e in particolare di Scicli, dove tante parole a vanvera su turismo e simili vengono pronunciate ogni giorno, mentre le campagne si spogliano di alberi e la desertificazione panoramica aumenta a vista d’occhio. Non si tratta di una desertificazione da siccità, che sia chiaro, ma la conseguenza diretta all’aumento delle aree cementificate. Esistono leggi che tutelano l’ulivo (non so se il Diritto potrà in qualche modo ostacolare il batterio killer in questione, ma meglio di niente), nel contempo si sradica allegramente ogni altro tipo di albero, e il tessuto urbano è quasi del tutto spoglio di verde pubblico (fatico a capire come mai ci si ostini a chiamare Villa Comunale, quel serio ed austero tempio alla pietra, sito nei pressi degli scavi archeologici di via Bixio [ricordo che quelle non sono buche sull’asfalto, ma probabilmente resti di un antico anfiteatro]).

Non sono tipo da panegirici inutili sulla Natura, da frasi sentimentaloidi, e non voglio commuovere nessuno, non mi interessa. Tra l’altro non credo che la commozione sia funzionale ad eventuali sforzi indirizzati al fine di evitare la possibile perdita di un incommensurabile patrimonio arboreo. È molto più utile la paura, in tal senso. Un romanzo interessante che ho letto recentemente è “La Strada”, di Cormac McCarthy: in una America con scenari da post-catastrofe atomica, padre e figlio si dibattono per la sopravvivenza, attraverso paesaggi ostili, in un clima divenuto ostico a causa della nube di cenere che oscura il cielo. In un ambiente in cui la vegetazione è ormai secca, morta, scheletro della sua esistenza, nella quasi totale assenza di animali, l’uomo cerca di sopravvivere malgrado tutto, rimpiangendo un passato che non sarà più. Malgrado la solita retorica statunitense, buonista e superomista – mi riferisco alla concezione di una natura funzionale all’esistenza umana – mi sembra interessante porsi l’interrogativo: è possibile immaginare l’esistere umanoide, in un ambiente privo di vegetazione? Perché, mi sembra opportuno ricordare che – ribaltando la questione – probabilmente la vegetazione, la natura, sopravvivrebbe benissimo in un ambiente privo di umanità.

Gaetano Celestre