Domenica sera, alla fine dello spettacolo con giochi di luci, organizzato in occasione delle festività pasquali sciclitane, non ho potuto fare a meno di pensare che quei triangoli in movimento verso la sovrapposizione, sulla facciata della Chiesa del Carmine, in effetti ricordavano poco la Santa Trinità. Anzi, credo che non fosse neanche indirettamente né minimamente intenzionale il riferimento simbolico alla Stella di David. Il sottofondo musicale vagamente heavy, i fulmini, il sole che irradiava fiamme su tutta la facciata infine incendiandola metaforicamente, mi facevano propendere per una chiave di lettura esoterico-domenicale (da intendersi esoteristi della domenica). Niente di volutamente “cattivo”, intendiamoci. Il simbolo del mascolino e del femminino che si incontrano (come già detto, i due triangoli in sovrapposizione l’uno sull’altro), sono alla radice della “rinascita” stagionale, sintesi figurativa del ciclo vitale perpetuo nel creato. Ricordiamoci che ci troviamo nei giorni delle festività consacrate a Cerere. Seppure rimango parecchio scettico sulla totale consapevolezza di chi ha ideato questi giochi di luci, devo ammettere che una certa ironia era palpabile. Non è spiegabile altrimenti il fatto che il momento di avvio della vera e propria fase esoterica è stato programmato precisamente nel momento d’uscita serale del simulacro (a proposito, quest’anno il Gioia era un po’ palliduccio. Forse non si è ancora ripreso del tutto dalla crocifissione, consiglio lunghe permanenze in spiaggia per una sana ricoloritura).

Si è trattato del risultato di una lettura piuttosto sincretica della Resuscita? Voler far risalire il Cristianesimo agli ancestrali culti in onore della Gran Dea Madre è operazione filologicamente difficile da eseguire, del resto non credo assolutamente che questa sussistesse tra le intenzioni di chi ha operato, né tanto meno di chi ha consentito. Era un gioco, uno scherzo, probabilmente. Niente di più! L’unica alternativa potrebbe consistere nel convincimento che una beffarda coincidenza di casualità ha generato i dubbi dietrologici di parecchi smaliziati osservatori, magari anche qualche incauto ed esecrabile lettore danbrowniano. Devo ammettere  di non essere un estimatore di Dan Brown e simili, pur avendo una certa propensione alla ricerca simbologica. La cosa dunque non mi ha infastidito, quando è poi diventata piacevole argomento di discussione serale tra amici. In quella occasione, ho ricordato di aver visto di recente un elemento architettonico (nel senso più ampio possibile), parecchio interessante dal punto di vista per l’appunto simbolico, specie se considerato nel contesto in cui esso è stato rinvenuto.

Ho posto la foto di tale elemento anche in cima all’articolo, si tratta di una piastrella, residuo della pavimentazione di una cappella interna alla Chiesa di Maria Santissima della Consolazione (sempre a Scicli). Non ho avuto modo di poter constatare se tra le altre piastrelle (si notano in fondo, nella foto) vi fosse la raffigurazione dello stesso disegno, non ho potuto dunque considerare neanche platonicamente l’ideale composizione finale dell’effige complessiva. Basandomi su questa unica piastrella ritratta, ad un primo sguardo sono rimasto sorpreso dalla spirale geometrica ivi impressa e con ancora maggiore stupore – avvicinandomi – ho dovuto rilevare che in realtà si trattava di un labirinto. La deduzione era logicamente tratta dalla tridimensionalità delle ombreggiature nelle linee. Essendo l’elemento pavimentale almeno risalente al ‘700 (ma non essendo un esperto potrei sbagliarmi), probabilmente la cosa che dovrebbe meravigliare di più è il raffinato gusto geometrico dell’artigiano/artista, e invece sono andato a parare prima dalle parti di Borges e poi ancor più indietro nel tempo nei meandri della simbologia gnostica. Non voglio andare oltre l’accenno, per non scadere nella pedanteria più di quanto abbia già fatto, mi basta ricordare che la spirale è la rappresentazione della circolarità imperfetta del ciclo vitale. C’è un eterno ritorno, ma non è costante né precisamente uguale. Platone non ritornerà ad insegnare in Atene, né Ulisse a combattere a Troia. Platone potrebbe tornare come guardiano di capre e Ulisse potrebbe produrre nel contempo canne da pesca, chissà. L’ascrivibilità di tale concetto pseudo-circolare, nel quadrato della piastrella (nella stessa concezione della spirale squadrata), casualmente ci colloca nell’ambito escatologico che è proprio e conseguente dell’ideale quadratura del cerchio, ossia l’omnicomprensività della natura divina nelle sue accezioni materiali, ideali e ultra-ideali. Di cristiano c’è ben poco in realtà, se non si vuole sovraccaricare di interpretazioni l’idea del labirinto come perigliosità del vivere umano, nella costrizione spiraliforme del serpente, la cui unica via d’uscita (di salvezza) è rappresentabile nella figura della Chiesa. Ovviamente questi miei brevissimi cenni necessiterebbero di maggiori precisazioni e sono allo stato attuale più che smentibili, ma resterebbe comunque il problema della giusta e ortodossa interpretazione, indubbiamente irraggiungibile.

Che cosa ci fa una piastrella, con impressa la raffigurazione di un labirinto a spirale, all’interno di una chiesa settecentesca sciclitana? Bisogna pensare, o credere, che qualcuno in Scicli avesse nozioni iniziatiche di tale portata? L’artigiano poteva saperne qualcosa, magari molto poco, e per il tramite di chi aveva commissionato, che a sua volta doveva saperne poco di più e solo in un’ottica cristianizzante. Propendo, come nel caso del gioco di luci sulla facciata del Carmine, che la maggior parte l’abbia giocata la casualità. Anzi, nel caso della piastrella, forse la non intenzionalità è ancora più presente. Probabilmente a qualcuno era piaciuto il disegno, tutto qui!

Gaetano Celestre