Sul perché Monti, probabilmente, non mangia gelato artigianale
- 12 Gennaio 2013 - 8:28
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Uno degli spread che nel corso dei secoli è andato aumentando, senza che qualcuno vi abbia prestato troppa attenzione, è quello che passa tra Arte e Artigianato. E vi assicuro che neanche un nuovo eventuale governo Monti lo prenderebbe in considerazione, anzi, direi che potrebbe solo aggravare la situazione. Mi rendo conto che un incipit del genere suona più o meno come la frase: “Certe volte mi accorgo all’ultimo momento che è finita la carta igienica ed è ormai troppo tardi, ma Obama manda i droni in Medioriente!”. Riguardo l’enigma delle presunte affinità tra i droni e la carta igienica, lascerò la soluzione ai lettori più bizzarri e curiosi, mentre in merito alle arti e l’artigianalità qualcosa la debbo dire. Prendiamo ad esempio i sottobalconi (i cosiddetti “cagnoli”) dei più antichi palazzi del paese e poniamoli a raffronto con quelli delle fabbriche più recenti. È ancor più interessante fare un paragone per stili, in maniera cronologica. Ebbene, ciò che ne risulta è che sotto i balconi più recenti, nella stragrande maggioranza dei casi, non vi è più nulla. Forse è addirittura meglio così. È preferibile l’assenza, alla mostruosità!
In altri termini, nessuno riesce o vuole più sforzarsi di abbellire in maniera artistica (o almeno artigianale) le strutture che ci circondano. La cosa non è prerogativa del solo ambito urbanistico. Dai cornetti alle brioche, passando per i gelati e i biscotti, saltando ai tavoli, le sedie o le mutande, tutto è seriale. Seriale come un killer, quello che ha ucciso la creatività dell’uomo.
Probabilmente, riguardo i “cagnoli”, mi si potrà dire che non c’è più neanche una committenza in grado di richiedere qualcosa del genere. Si tende a preferire una presunta funzionalità (spesso inesistente anch’essa) ed un confortevole, rassicurante standard.
Leggevo, nei giorni scorsi, un discorso tenuto nel 1971 dall’antropologo Claude Lévi-Strauss, durante un convegno dell’Unesco. Partendo dall’assunto che i pittori delle epoche passate hanno lasciato un segno nel tempo, perché in fondo ebbero una formazione, trasmessa autoritariamente, presso la rude scuola dell’officina, Lévi-Strauss assicurava l’uditorio riferendo che era la tecnica artigianale ad essere estremamente favorevole alla creatività:
“Anche a coloro il cui nome è rimasto legato a un’invenzione, uno stile o una maniera, permisero di trovar gioia nel lavoro, e d’investirvi quanto la natura aveva loro donato in fatto di gusto e di talento.”
Del resto, come mi ricordava un amico durante una recente passeggiata, un solo termine identificava arte e tecnica, nel periodo ellenico… e nella stessa epoca, aggiungo io, in una sola parola si individuava “lavoro” e “sofferenza”. Questa discussione mi conduce immediatamente ad ulteriori analogie con il pensiero di Bertrand Russell, convinto oltremodo di quanto la Rivoluzione Industriale sia stata deleteria nei confronti dell’esigenza di tempo libero, bisogno esistenziale ed essenziale di qualunque uomo/lavoratore. La verità è che non spesso si riesce a ricordare che il Tempo è la vera ricchezza dell’uomo. Il tempo è danaro, o il danaro è il tempo? Questa è la domanda giusta da porsi. Engels così scriveva della situazione dei tessitori in Inghilterra, prima dell’invenzione (nel 1764) della giannetta per la filatura: “Per lo più il tessitore era perciò in grado di mettere da parte qualcosa e di affittare un piccolo pezzo di terreno che lavorava nelle sue ore libere, e di queste ne aveva a volontà, poiché poteva scegliere a piacere il momento e la durata del suo lavoro di tessitura.”
La discrezionalità all’interno dell’operare è stata azzerata dalla serialità del lavoro moderno, a discapito di ogni forma d’arte, a svantaggio assoluto dell’artigianato. Sempre nel discorso del 1971, Lévi-Strauss portava l’esempio dei vecchi posatori di linee telefoniche (certo non una occupazione artisticamente rilevante), i quali dichiaravano di essere stati più contenti quando piantavano i pali con la zappa, invece di servirsi di congegni meccanici. “La fatica muscolare era grande, ma si poteva variare la manovra, riprendere fiato lungo strade ancora tranquille.” E lo stesso Lévi-Strauss faceva presente quanto la situazione si aggravasse nelle catene di montaggio. Avviandomi alla conclusione, il grande antropologo francese voleva far capire al suo uditorio che era nello spazio di tempo in cui il lavoratore si riposava, che veniva generata l’idea artistica. Si pensi ad un falegname in attesa che la colla faccia definitivamente presa tra due pezzi di legno, e nel frattempo pensa a come decorarli. Mi rendo conto che questi sono discorsi che fanno sorridere, oggi. Come ieri facevano sbellicare dalla risate quelli sulle energie rinnovabili e sulla differenziazione dei rifiuti. Ma fatto sta che tra qualche giorno tali argomenti non saranno più così comici. E dunque perché non credere che prima o poi, per un paio di sedie, non varrà la pena di andare all’Ikea?
Gaetano Celestre
















Gaetano Celestre
Assolutamente d’accordo su tutto, Mussa. Occorre comprendere che non si tratta di utopie, ma di cose concrete, da perseguire e realizzare per la nostra stessa salvezza. Terra e Tempo!
Gaetano Celestre
Purtroppo, Frahorus, tutto ciò accade non solo in Italia, ma nel Mondo! È proprio il sistema da post-rivoluzione industriale di cui Chaplin, Bertrand Russell e pochi altri, prefiguravano le conseguenze.
Gaetano Celestre
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