Era stato il presidente della Commissione regionale antimafia siciliana, Claudio Fava, ad annunciare nell’aprile 2020 di aver querelato per diffamazione il giornalista Paolo Borrometi, sollecitando anche un procedimento disciplinare all’Ordine dei giornalisti. (All’epoca ce ne siamo occupati qui e qui)

Ora Borrometi è stato rinviato a giudizio, così Claudio Fava commenta:

“Il rinvio a giudizio di Paolo Borrometi per diffamazione nei confronti della Commissione antimafia dell’Assemblea Regionale Siciliana è un primo, dovuto passo per restituire onorabilità alla nostra Commissione, al lavoro svolto e allo scrupolo con cui abbiamo sempre operato.”

I Fatti:

Tutto era iniziato dall’audizione nella quale Borrometi (foto a lato) era stato sentito nell’ambito dell’inchiesta sul ciclo dei rifiuti in Sicilia e, nel caso specifico, sullo scioglimento del consiglio comunale di Scicli. Dopo la pubblicazione della relazione definitiva della Commissione, in molti avevano stigmatizzato le risposte di Borrometi: troppi non so e non ricordo. In particolare poi, le domande di Fava si erano incentrate su un manifestato a firma, tra gli altri, dei Giudici Santiapichi e Rizza e del maestro Piero Guccione, un appello contro lo scioglimento. Fava aveva chiesto a Paolo Borrometi perché non avesse pubblicato quel manifesto sottolineando “la campagna di informazione del giornalista modicano contro la città di Scicli”. A quella domanda Borrometi rispose dicendo di non ricordare: “credo però che sia stato pubblicato” – ha affermato all’epoca – ma poi su Facebook scrive che il manifesto sul suo giornale c’era e sarebbe bastata una semplice ricerca su google per trovarlo. Fava, invece, in audizione, aveva dichiarato che quella ricerca era stata fatta, e anche meticolosamente, ma con esito negativo. Dopo il post di Borrometi è arrivato poi un articolo di Generazionezero che spiegava tecnicamente come il “pezzo” era stato inserito sul giornale La Spia in un secondo momento. I giornalisti contattano Borrometi chiedendo spiegazioni: “Io faccio il giornalista, non sono un tecnico, un programmatore”, la risposta di Borrometi.

Queste le dichiarazioni all’epoca dei fatti di Fava: “Per giorni Borrometi ha accusato me e l’intera commissione antimafia di aver manipolato la verità dei fatti. E adesso scopro, che l’unica maldestra manipolazione l’avrebbe fatta lui, retrodatando a cinque anni fa un articolo che in realtà non aveva mai pubblicato. Se davvero le cose sono andate così, siamo di fronte ad un comportamento da codice penale. Per quanto mi riguarda, ho chiesto alla Commissione un mandato per procedere per vie giudiziarie a tutela dell’onorabilità dell’istituzione che rappresento, dei nostri funzionari, dei consulenti e dei deputati, tutti accusati dagli articoli di Borrometi di aver propalato “falsità”, tutti esposti per giorni al ludibrio sulla sua pagina facebook e su altri siti compiacenti.”

Borrometi rispose cosi: “Un articolo che ho pubblicato il 15 marzo del 2015 sarebbe stato manomesso. Io non mi sono MAI sognato di manomettere alcunché. Aggiungo inoltre che non ho inteso offendere nessuno, ma solo ristabilire la verità dei fatti rispetto a quello che ho letto nella Relazione, nella quale risultava, appunto, che non avessi pubblicato l’articolo sull’appello contro lo scioglimento del Comune di Scicli. E’ evidente che procederò per le vie legali in ogni sede contro chi sta alimentando calunniose insinuazioni e sospetti nei miei confronti. La dignità non ha prezzo.”

Una vicenda contorta che sarà raccontata nell’aula di un Tribunale. Se confermata, la manomissione dell’articolo rappresenterebbe un atto certamente gravissimo, così come sarebbe un fatto grave se le accuse contro Borrometi non fossero supportate da prove tecniche ufficiali. Questa vicenda è ormai all’epilogo e tutto si gioca sullo scioglimento del comune di Scicli, un atto che sin da subito è apparso ingiusto ed eccessivo perché, l’impianto accusatorio, è stato smontato in sede penale. Su quella vicenda è doverosa un’operazione verità, partendo dall’inizio, una operazione che potrebbe forse scoprire degli altarini poco piacevoli, ma necessaria per capire cosa realmente sia successo in quegli anni a Scicli.