L’adozione delle restrizioni legate all’emergenza Covid19 non ha precedenti storici e ha colpito il cuore della domanda petrolifera, ovvero, il settore trasporti. Chiusura delle attività produttive non essenziali, obblighi di quarantena e limitazioni alla movimentazione delle persone si sono giocoforza tradotti in una drastica contrazione della domanda di mobilità che ha depresso i consumi di petrolio come mai prima d’ora.

In marzo si stima che la domanda sia diminuita di almeno 10 milioni di bbl/g rispetto allo stesso mese del 2019 e in aprile il bilancio atteso è addirittura peggiore: – 27-30 mil. bbl/g, un ammontare equivalente alla somma delle produzioni di Arabia Saudita, Russia e Iraq:è come perdere in un solo mese un volume di domanda equivalente alla crescita accumulata in un quarto di secolo.

Per il petrolio, nel mondo, è crisi.

La Irminio, nonostante avesse applicato protocolli di sicurezza di tutto rispetto per il contenimento della pandemia e per il mantenimento degli impianti di estrazione in marcia, deve purtroppo cedere il passo a un prezzo del Brent con valori troppi bassi rispetto anche al raggiungimento del punto di pareggio di bilancio.

La società, con un comunicato alle organizzazioni sindacali territoriali, avendo esperito le regolari procedure in URIG (ufficio regionale di verifica e controllo su produzione di idrocarburi e geotermia), ferma le produzioni a Ragusa per le attività di San Paolino e Buglia Sottana.

Sindacati e azienda hanno raggiunto ieri un accordo su riposizionamento in cassa integrazione ordinaria per tutti i lavoratori, sospendendo contratti e attività terze. La cassa integrazione interesserà tutti gli addetti di della Irminio, anche della sede di Roma, e avrà una durata di 9 settimane. Dirigenti e quadri si sono invece decurtati gli emolumenti del 30% per tutto il 2020.

«C’è tutta la preoccupazione che un prezzo del petrolio battuto a 19 dollari al barile può incutere alla tenuta delle attività del settore – dicono in una nota congiunta i segretari di Filctem, Femca e Uiltec di Ragusa, Filippo Scollo, Giorgio Saggese e Giuseppe Scarpata -.




Non crediamo che il valore del Brent possa andare in negativo come accaduto con il WTI, però con i prezzi attuali che non riescono a sanare neanche i costi di produzione, ovvero si produce in perdita in un contesto caratterizzato anche da un eccesso di offerta, così come ci rappresentano le aziende. Capite bene che l’apprensione per una crisi del greggio e del gas estratto in Sicilia e in Italia ci sta tutta.Siamo preoccupati non solo per la Irminio che ha temporaneamente bloccato le produzioni per i due siti produttivi con relativa cassa integrazione per i lavoratori, ma anche per Enimed che a Ragusa ha attualmente 2 soli pozzi in attività e la concessione S. Anna, Tresauro, in compartecipazione con Edison e la società Irminio stessa. Stessa discorso vale anche per le produzioni Eni di Gela, Bronte e Gagliano. Ma anche per le attività offshore di Edison che insistono di fronte le nostre coste.

Per il petrolio e il gas non è bel momento. In un contesto di prezzi battuti ogni giorno al ribasso – si legge nella nota stampa congiunta a firma dei segretari di Filctem, Femca e Uiltec di Ragusa -, le entrate correnti delle società petrolifere non risultano sufficienti nemmeno a coprire le uscite e, in assenza di correttivi, si prevede una crisi del settore ben più strutturata sull sfondo di un quadro al momento buio e privo di sbocchi.A rischio anche gli investimenti previsti in Sicilia. Ecco perché siamo fortemente proccupati»