Morti sul lavoro, una poesia dedicata a Daniluc Tiberi Un Mihai e Najahi Jaleleddine
- 12 Aprile 2026 - 9:16
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Una poesia dedicata a Daniluc Tiberi Un Mihai (50 anni) e Najahi Jaleleddine (41 anni), i due operai tragicamente scomparsi venerdì scorso a Palermo, a seguito di un incidente sul lavoro avvenuto mentre i due stavano operando in un palazzo, posizionati nel cestello di una gru, che, per cause ancora da chiarire, si è improvvisamente spezzata facendo precipitare nel vuoto i due lavoratori.
L’autrice, Yuleisy Cruz Lezcano, ci spiega: “Questa poesia nasce per non lasciare che questa vicenda resti soltanto un fatto di cronaca, ma diventi occasione di riflessione collettiva sulle responsabilità, sul lavoro precario e sullo sfruttamento. È anche un gesto concreto di vicinanza alle famiglie, affinché non restino sole nel dolore. Queste righe le ho scritte, per non restare indifferenti alla morte di Daniluc Tiberi Un Mihai e Najahi Jaleleddine, per chiamare ciascuno alla propria responsabilità davanti al lavoro sfruttato, invisibile, senza tutela. È un invito a guardare, a riconoscere, a non accettare più il silenzio.”
Trenta metri di invisibilità
Sono il pezzo di cronaca
che qualcuno ora tiene in mano,
l’inchiostro ancora fresco
di una caduta che non finisce.
Un cestello rimane sospeso
a una promessa mai mantenuta.
Najahi aveva studiato la terra,
sapeva il nome delle radici,
come si piega il grano al vento,
come si salva una pianta assetata,
ma qui era lui la sete,
era lui la terra sfruttata,
senza contratto, senza nome scritto.
Daniluc contava i piani
come si contano i giorni
lontani da casa, uno sopra l’altro
fino al decimo cielo di cemento,
dove il lavoro in nero
non ha imbracature né perdono.
Ora sono un pezzo di cronaca,
condivisi l’accapo e il punto
che chiudono una vita aperta a metà.
C’è una bambina di tre anni
e non capisce la parola “cedimento”,
una di sette che imparerà
troppo presto
che “integrazione”
può voler dire restare soli
in una lingua che non consola.
In un vaso di camelie un pungitopo,
o tanti sassi bianchi
a fare da testimoni muti,
perché il dolore
non ha documenti in regola.
Non dite che non volevano niente,
volevano tutto:
pane, futuro, un posto
dove il nome non fosse
pronunciato sottovoce.
Il niente però, pesa
più del ferro, più della gru,
più di quei trenta metri
che separano la vita
da una riga di giornale.
Si sono sentite delle telefonate,
voci che attraversano il mare
senza riuscire ad arrivare.
E intanto, la primavera continua
indifferente, luminosa,
non comprende l’effetto che fa
morire così, lavorando,
e non essere visti.
Yuleisy Cruz Lezcano













