I carabinieri ieri mattina erano già dentro la clinica Maddalena dove, da un anno, Matteo Messina Denaro si sottoponeva a cicli di chemioterapia.

Aveva già fatto il tampone e aspettava gli altri esami prima di sottoporsi alla chemio. Il boss mafioso era stato operato nel 2021 per alcune metastasi al fegato. Un percorso clinico che era cominciato quando al capomafia era stato diagnosticato un cancro al colon. Sarebbe stato operato nell’ospedale Abele Ajello di Marsala. Da allora si era sottoposto a cicli di chemio e visite fino alla scoperta del tumore al fegato. Dopo l’operazione alla Maddalena si sarebbe sottoposto a cicli di chemio una volta ogni sei mesi.

Il boss, che aveva in programma dopo l’accettazione fatta con un documento falso – in cui c’era scritto il nome di Andrea Bonafede -, prelievi, la visita e la cura, era all’ingresso. La clinica intanto è stata circondata dai militari col volto coperto davanti a decine di pazienti. Un carabiniere si è avvicinato al padrino e gli ha chiesto come si chiamasse. “Mi chiamo Matteo Messina Denaro”, ha risposto.

“In ordine all’arresto di Matteo Messina Denaro, eseguito in area limitrofa all’ospedale La Maddalena, si precisa che lo stesso era in terapia oncologica, sotto falso nome, presso la Casa di cura”. Lo afferma una nota della clinica privata di Palermo. “Sono state date immediate disposizioni all’amministrazione, alla direzione sanitaria, ai medici del reparto e al personale parasanitario di fornire alle forze dell’ordine, che si ringraziano, tutta la documentazione clinica del paziente e puntuali risposte alle informazioni richieste.- prosegue la nota – Si informa inoltre che nessun dipendente o collaboratore è autorizzato a rilasciare interviste e fornire alla stampa notizie coperta da segreto istruttorio “.

REGALAVA OLIO AI MEDICI

Operato due volte, la prima nel novembre del 2020, e ricoverato in day hospital almeno sei volte in due anni. Andrea Bonafede, alias Matteo Messina Denaro, era ormai di casa alla clinica La Maddalena di Palermo. Tanto che ogni volta che tornava per le chemioterapie, portava regali per tutti: “Era molto generoso, come i pazienti più facoltosi. Regalava olio ai medici”. Ma nessuno poteva sapere che sotto il falso nome di Andrea Bonafede, si celasse il boss.

MATTEO MESSINA DENARO / ANDREA BONAFEDE

Andrea Bonafede, nato a Campobello di Mazara (Trapani) il 23 ottobre del 1963. Questa la carta di identità di Matteo Messina Denaro, alias Andrea Bonafede, il nome falso scelto nella latitanza (foto sotto). Il boss, arrestato ieri mattina a Palermo nella clinica Maddalena, era residente a pochi km dalla sua città natale, Castelvetrano, a Campobello di Mazara in via Marsala 54. Di professione, si legge nella carta di identità, ‘geometra’. E’ alto 1,78, calvo e con gli occhi castani. Segni particolari “nessuno”. La tessera, cartacea, è stata emessa l’8 febbraio 2016 e scade il 23 ottobre del 2026.

L’INTERVISTA DI BAIARDO

Salvatore Baiardo aveva parlato di Matteo Messina Denaro lo scorso novembre: «Chissà che al nuovo governo non arrivi un regalino…», le sue parole.

Salvatore Baiardo aveva parlato di Matteo Messina Denaro lo scorso novembre, intervistato nel corso della trasmissione “Non è l’arena” su La7. «Chissà che al nuovo governo non arrivi un regalino… che un Matteo Messina Denaro, che presumiamo sia molto malato, faccia una trattativa lui stesso di consegnarsi per un arresto clamoroso? Così arrestando lui, possa uscire qualcuno che ha ergastolo ostativo senza che si faccia troppo clamore?», aveva detto. «Tutto potrebbe già essere programmato da tempo», ha aggiunto Baiardo. E alla domanda su trattative Stato-Mafia ancora vive, ha risposto: «Non sono mai finite». Ora che la sua “premonizione” si è avverata, la vicenda potrebbe assumere contorni inaspettati.

L’EX BOMBER TOTO’ SCHILLACI PRESENTE ALL’ARRESTO

“Ero in ospedale che stavo aspettando per entrare, saranno state più o meno le 8,15, poi ho visto arrivare tutti i carabinieri mascherati, incappucciati e ci hanno bloccato tutti”. E’ il racconto dell’ex bomber Totò Schillaci, capocannoniere ai Mondiali del 1990 con la maglia azzurra, testimone inconsapevole dell’arresto del super latitante Matteo Messina Denaro avvenuto stamattina alla Clinica Maddalena.

“Ero nella zona del bar – ha aggiunto Schillaci – non sono nemmeno arrivato a entrare perchè mi stavo fumando una sigaretta quando ho visto arrivare tutti improvvisamente incappucciati, mascherati con il passamontagna e ci hanno fermato. Non sono riuscito a vedere molto, perchè ci hanno detto di rimanere fermi dove eravamo. Sembrava un manicomio, sembrava una scena da far west per quello che stava succedendo”.

MATTEO MESSINA DENARO, IL BOSS CHIAMATO DIABOLIK

Matteo Messina Denaro, arrestato ieri mattina a Palermo, è nato a Castelvetrano (Trapani) il 26 aprile 1962, figlio dell’allora più celebre don Ciccio, boss mafioso. Chiamato Diabolik a causa, raccontano i pentiti, «di quei due mitra che voleva sistemare sul frontale della sua Alfa 164», Matteo Messina Denaro incassa la prima denuncia per associazione mafiosa nel 1989. Già da allora conosciuto in ambienti investigativi, ma non ancora noto all’opinione pubblica, ha preso in mano il mandamento su delega del padre-padrino ammalato che lo avvia alla successione.

Destinato per legami di sangue ad assumere un ruolo cruciale in Cosa nostra, a 14 anni sa già maneggiare bene le armi, a 18 commette il primo omicidio. «Con le persone che ho ammazzato io, potrei fare un cimitero» confida a un amico. In linea con la strategia stragista dei corleonesi, dei quali, come suo padre, resterà sempre fedele alleato, è coinvolto nelle stragi del ’92 in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Un ruolo, quello di Messina Denaro, emerso solo quando la Procura di Caltanissetta, che ha riaperto le indagini sugli attentati, ha chiesto la custodia cautelare per il boss di Castelvetrano e a ottobre del 2020 lo ha fatto condannare all’ergastolo per i due attentati. Secondo gli investigatori sarebbe stato presente al summit voluto da Riina, nell’ottobre del 1991, in cui fu deciso il piano di morte che aveva come obiettivi i due magistrati. I pentiti raccontano, poi, che faceva parte del commando che avrebbe dovuto eliminare Falcone a Roma, tanto da aver preso parte ai pedinamenti e ai sopralluoghi organizzati per l’attentato. Da Palermo, però, arrivò lo stop di Riina. E Falcone viene ucciso qualche mese dopo a Capaci.

Un ruolo importante “Diabolik” lo ha avuto anche nelle stragi del 1993 a Roma, Firenze e Milano. Imputato e processato è stato condannato all’ergastolo per le bombe nel Continente. La sua latitanza comincia a giugno del 1993. In una lettera inquietante scritta alla fidanzata dell’epoca, Angela, preannuncia l’inizio della vita da Primula Rossa. «Sentirai parlare di me – le scrive facendo intendere di essere a conoscenza che di lì a poco il suo nome sarebbe stato associato a gravi fatti di sangue – mi dipingeranno come un diavolo, ma sono tutte falsità».

Il padrino trapanese nella sua carriera criminale ha collezionato decine di ergastoli. Oltre a quelli per le bombe del Continente, ha avuto il carcere a vita per il sequestro e l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito rapito da un commando di Cosa nostra, strangolato e sciolto nell’acido nel 1996 dopo quasi due anni di prigionia. Riconosciuto colpevole di associazione mafiosa a partire dal 1989, l’ultima condanna per mafia è a 30 anni di reclusione in continuazione con le precedenti.

Il tribunale di Marsala per la prima volta gli ha riconosciuto la qualifica di capo nel 2012. E una pioggia di ergastoli il boss li ha avuti anche nei processi Omega e Arca che hanno fatto luce su una serie di omicidi di mafia commessi tra Alcamo, Marsala e Castellammare tra il 1989 e il 1992.