Articolo di Carmelo Riccotti La Rocca pubblicato su “La Sicilia” 

 

In Italia il lavoro irregolare vale 77 miliardi di euro. Secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Placido Rizzotto, della Flai-Cgil, aggiornato al 2017, sono oltre 400 mila i lavoratori stranieri impiegati in agricoltura e di questi circa 150 mila sono del tutto irregolari. Il resto, a parte ovviamente le dovute eccezioni, si muove nell’ambito del “lavoro grigio” caratterizzato da contratti più o meno fittizi che prevedono, comunque, paghe ben distanti dalle retribuzioni sindacali.




In Sicilia gli stranieri che lavorano nei campi sono circa il 22%, con minore densità nel palermitano e maggiore concentrazione nel trapanese e nel ragusano dove si registra l’impiego di circa la metà del totale. In una sua recente interrogazione, la deputata regionale del M5s, Angela Foti, ha affermato che «in Sicilia il 50% dei braccianti agricoli lavora in nero e spesso in condizioni disumane». Questi, forniti in premessa, sono numeri fondamentali per avere un’idea, anche se parliamo sempre di sommerso, della presenza di lavoratori irregolari nell’Isola al fine di comprendere quale potrebbe essere l’efficacia della proposta di regolarizzarli spinta dal ministro per le Politiche Agricole, Teresa Bellanova, che vuole ad ogni costo inserirla nel “decreto maggio”. In questi giorni si è spesso associata la proposta di regolarizzazione dei migranti con l’emersione del lavoro nero o del caporalato, ma questo non è un processo né automatico né scontato. Non c’è una formuletta matematica del tipo regolarizzazione uguale contrasto al caporalato. Per arrivare al risultato occorrerà mettere in piedi controlli capillari in tutto il territorio.

Secondo la Diocesi di Ragusa, il lavoro nero, nella fascia trasformata iblea, riguarda al meno il 30% dei casi, ma sale al 50% tra i cittadini romeni che, essendo comunitari, non hanno bisogno del contratto di lavoro per ottenere il permesso di soggiorno. Non sono quindi solo gli irregolari ad essere vittime di sfruttamento lavorativo, ma anche cittadini comunitari e italiani.




Un magazzino adibito ad abitazione a Marina di Acate

Occorre allora partire dai ghetti, smantellarli e mettere al sicuro migliaia di persone che, in questo momento, vivono ammassate in luoghi dalle condizioni igienico-sanitarie precarie. Senza acqua corrente, acqua potabile, cibo e dispositivi di protezione, gli “invisibili” stanno vivendo il periodo dell’emergenza Covid 19 nel più totale isolamento. Tanti sono stati anche lasciati a casa dai datori di lavoro, preoccupati dai controlli messi in atto per scoraggiare le persone ad uscire di casa. Chi li portava a fare la spesa, dietro pagamento, ha rinunciato per paura di essere fermato dalle forze dell’ordine. Insomma, gli invisibili lo sono diventati ancora di più. Non si può quindi più consentire che le persone continuino a vivere nei ghetti in condizioni disumane e ad altissimo rischio contagio: dalle tendopoli di Cassibile – dove al momento di trovano circa 300 lavoratori stagionali -, ai magazzini di Acate – dove i lavoratori pagano, tra l’altro, cifre esorbitanti di affitto -, si registrano situazioni al limite.

Michele Mililli, responsabile coordinamento lavoratori agricoli Usb Ragusa

 

Sulla proposta del ministro Bellanova, è intervenuto anche il sindacato USB, per bocca del responsabile del coordinamento lavoratori agricoli di Ragusa, Michele Mililli.

«La proposta del ministro – afferma – rappresenta di certo un’apertura, ma al nostro sindacato non basta. Tale proposta, infatti, prevede la regolarizzazione degli irregolari per sei mesi rinnovabili, poi, per altri sei. Tra un anno saremo allo stesso punto di oggi. Bisogna allora avere il coraggio di regolarizzare i migranti che sono presenti nel territorio e che stanno lavorando, questo gli permetterà di accedere ai servizi che lo Stato offre, compreso quello della sanità, quindi di poter avere un regolare contratto di lavoro e pagare le tasse.  A questo deve seguire la garanzia di contratti lavorativi regolari».

Insomma, regolarizzare gli stranieri per poi ridarli in pasto ai lupi con contratti fittizi, condizioni lavorative e abitative inumane, non avrebbe senso.