Diamo spazio alle dichiarazioni rilasciate a ilriformista del dott. Francesco Susino, ex sindaco di Scicli, che parla dello scioglimento del Comune di Scicli, togliendosi qualche sassolino dalla scarpa.




Alcuni giorni fa, ho partecipato alla presentazione del libro di Nessuno tocchi Caino Quando prevenire è peggio che punire. Torti e tormenti dell’Inquisizione Antimafia. Si è tenuta al Siracusa Institute fondato dal grande giurista internazionale Cherif Bassiouni e oggi diretto dall’avvocato Ezechia Paolo Reale. Nel raccontare la mia storia e quella dello scioglimento del Comune di Scicli per mafia, ho cominciato dalla fine, cioè da quando il Procuratore Generale presso la Corte d’appello di Catania, ovvero colui che doveva sostenere l’accusa nei miei confronti, dichiarò che non intendeva proseguire oltre l’azione penale contro di me! D’un colpo questo determinò la mia personale assoluzione dalla grave accusa di concorso in associazione a delinquere di stampo mafioso e una forte censura per quei suoi colleghi che avevano costruito il castello accusatorio.

In precedenza, invece, in primo grado, il Tribunale di Ragusa mi aveva completamente assolto utilizzando in sentenza una frase che, anche a livello politico, aveva fatto molto discutere: “in definitiva è inaudito che l’imputazione abbia superato il vaglio dell’udienza Preliminare”, un’altra inusuale censura al Gup da parte di un altro magistrato giudicante. Ho raccontato anche che nessun altro nel Comune di Scicli – politico, funzionario o dipendente dell’ente – era stato imputato in un processo penale per quella vicenda (come se avessi fatto tutto da solo!), e che per i soggetti dipendenti della ditta di raccolta rifiuti, loro sì imputati, prima cadde l’accusa del metodo mafioso e poi, in secondo grado, anche quella dell’associazione a delinquere. Mi sono fermato qui per carità di patria! Quello che è accaduto, e che nessuno potrà più restituire alla città, è stata la paralisi totale in cui fu precipitato il Comune di Scicli per quasi due anni, da quando fu insediata la Commissione di accesso agli atti fino alla pronuncia di scioglimento.




Tutti noi, dai politici ai dipendenti, vivevamo una situazione surreale nella quale ti sentivi costantemente sotto giudizio, quasi fossi il più efferato dei delinquenti o il più cinico dei mafiosi presenti nell’isola. Impossibile dimenticare l’audizione di consiglieri comunali e assessori al primo piano del Palazzo di Città, nel settembre del 2014. Tutti gli interessati furono convocati dai Commissari al Comune di Scicli allo stesso orario, le 9 del mattino (come se nessuno di loro avesse impegni lavorativi, come se dovessero essere ascoltati nello stesso momento!). L’audizione terminò la sera. Le convocazioni furono fatte tramite gli uffici comunali, in barba a qualsiasi clausola di riservatezza. La stampa e le televisioni, quella mattina, erano presenti al Municipio ancora prima degli interessati con telecamere e flash. Praticamente si era organizzata una gogna di massa e quello che doveva essere un procedimento amministrativo (la verifica dei presupposti dello scioglimento), nei fatti, era un processo penale di piazza, con gli agnelli sacrificali costantemente sbattuti in prima pagina. Due giornali – ragusanews e La Spia – in particolare si contraddistinsero per insistenza di notizie e accanimento nei nostri confronti.

Ovviamente, nessuno mi risarcirà delle sofferenze personali patite in quei mesi né mi risarcirà della serenità sottratta a me e alla mia famiglia, ma questo riguarda la mia sfera personale e non voglio pietismo. Piuttosto, ho avuto modo di constatare come anche il giudizio amministrativo che è seguito allo scioglimento si svolga su di un piano di sperequazione imbarazzante, quasi quanto l’impossibilità di contraddittorio registrato durante l’azione della Commissione prefettizia. Orbene, fondando la propria decisione su un “giudizio pronostico”, sulla regola del “più probabile che no”, il TAR, in primo grado, rigettò l’impugnazione mossa da alcuni consiglieri sul fatto che doveva ancora concludersi il giudizio penale di primo grado e che all’inizio vi ho già raccontato come si è concluso. In appello, invece, il Consiglio di Stato, pur ridimensionando la sentenza del TAR (che aveva pure condannato alle spese), utilizzando gli stessi principi del giudice di primo grado, disse che, anche se il sindaco era stato assolto…. c’era ancora il giudizio d’appello!

Mi fermo qui. Voglio solo rilevare come, una legge nata per intervenire in aree del paese dal forte condizionamento mafioso, la Locride, dove venivano commessi delitti efferati, nei fatti sia diventata lo strumento in cui pezzi delle istituzioni combattono altri pezzi delle istituzioni e lo fanno ad armi impari. È necessario, per la stessa tenuta democratica del Paese, che la legge sullo scioglimento per mafia sia riscritta.

Francesco Susino