trivium

Mettiamo subito in chiaro che io non credo assolutamente ad una sorta di presunta e montante “mediocrizzazione” della società, quanto meno non credo nella assolutizzazione di questo concetto, quando esso viene posto in risalto sulla base di raffronti con il passato. Stesso discorso per quanto riguarda la morale, pubblica o privata, se è mai possibile operare distinzioni reali. Non siamo più cretini o più immorali di quanto non siamo già stati in passato. Sì, come già scritto altrove precedentemente, ci sono dei picchi generazionali in cui si può statisticamente affermare che i cretini sono più cretini del solito, ma si tratta di considerazioni fatte su posizioni oscillanti periodicamente. Chiarito questo, dopo aver scritto recentemente su queste pagine che la classe politica di oggi vive un momento di picco per quanto riguarda la mediocrità raggiunta, vorrei andare avanti e porre la lente di ingrandimento su un altro degli indici di valutazione utili a individuare la cause di tale scempiaggine periodica: la Retorica!

Le principali accezioni del termine “Retorica” sono comunemente due e generalmente note a tutti, soprattutto quella negativa. Essere retorici, nel senso spregiativo, vuol cioè dire essere barocchi, ridondanti, ampollosi, eccessivamente orientati ai virtuosismi della “forma” quanto essenzialmente privi di “materia” nei discorsi. L’accezione negativa di “retorica” segue le medesime sorti del termine “sofista”, in qualche modo tramite lo stesso iter consequenziale, sin dal principio della valutazione degenerativa. Si tratta, com’é ovvio, di meccanismi plurisecolari che non possono essere oggetto di valutazione preferenziale, ma sostanzialmente ci si deve fermare ad una critica in qualche modo aspirante alla scientificità. Dunque occorre muoversi su di un piano esperienziale, sperimentale. Partiamo dagli esempi:

1)      L’egregio cavalier Silvio Berlusconi, pur non essendo il mio punto di riferimento politico, anzi essendo esso da annoverarsi tra gli avversari acerrimi cui si ascrive la mia corrente partitica, è da considerare comunque soggetto politicamente rilevante nel contesto dialettico della diatriba democratica italiana. L’Italia – da non dimenticare – è Repubblica fondata sul lavoro sin dai suoi cardini costituzionali, ed è innegabile che una tale rilevanza in questo senso può risultar essenziale al fine della valutazione del cavalierato del lavoro assegnato al soggetto in questione stesso. Per cui appare chiaro, e fondamentale – sottolineo fondamentale – che non può esser scevra da tali considerazioni la risultanza finale delle conseguenti azioni politiche che verranno intraprese e già sono in atto.

L’esempio 1) , contrariamente a quello che ho precisato prima, non cela una sostanziale mancanza di contenuto. In realtà il soggetto dell’esempio, seppur sofisticamente, sta cercando di celare un messaggio dietro l’ampollosità delle parole. Semmai è possibile dire che l’utilizzo della retorica è spregiudicato, in funzione del contenuto dialettico. Parte da questa critica l’esigenza storica di svalutare la retorica in ragione di una maggiore chiarezza dialettica:

2)      Berlusconi è un delinquente ma dobbiamo per forza far patti con lui!

Con l’esempio 2) – un inverosimile dichiarazione – si giunge all’eccesso di chiarezza, che è sì funzionale alla fondatezza dialettica, ma troppo rivelante e pericolosa (il mito platonico della caverna può essere utile riferimento). Per cui, spesso, occorre ripiegare su un più mediocre modo di concepire lo stesso messaggio:

3)      Berlusconi, ora non stiamo a dire cos’ha fatto o ha detto, è quello che è. C’è l’Italia in gioco, qui bisogna mettere al centro degli interessi il povero italiano bistrattato. DOBBIAMO CAMBIARE ROTTA!!! Stiamo attenti, perché altrimenti si creano situazioni incontrollabili. Va bene tutto, noi abbiamo una storia diversa, ma ora si deve essere responsabili.

L’opinabile correttezza e il dubbio di funzionalità del 3) non è tanto da ricercarsi in ciò che è stato detto, ma nel come è stato detto. L’uso di slogan e di maiuscole – anche senza un reale bisogno – il tono giustificativo e popolare, rendono un messaggio di mediocrità che è essenzialmente diseducativo, non tanto per le ragioni dialettiche, quanto perché funzionale ad una sorta di autoidentificazione dell’osservatore sull’osservato. Mi rendo conto che le “larghe intese” sono forse state l’esempio peggiore possibile, quanto meno per cercar di far capire che non tutto va detto così come è pensato. Quello che intendo dire, nel momento in cui parlo di picco di mediocrità, è che in questo frangente storico si sente forse un po’ meno il giusto sforzo di una equilibrata mediazione retorica, e ciò anche a causa dei cattivi esempi. Del resto, quest’ultima è una valutazione di tipo “preferenziale”, dunque tornando all’astrattezza pseudoscientifica: o si è estremamente e maldestramente sofisti (1), o sì è grillini a vuoto, persino renziani per certi versi (2), o si è una via di mezzo amorfa e non accattivante (3).

Sarebbe interessante prendere in considerazione anche le imperanti deficienze grammaticali, tanto per completare il quadro del Trivium dimenticato. Restando alla Retorica, spesso può capitare di parlare e sentirsi osservati con dubbiosità. Chi incappa in simili situazioni (mi capita!), prima di porsi il problema dal punto di vista egoistico/superomistico (con tono profetico: “Eccoli qua, eccoli che ridono: non mi capiscono, io non sono la bocca per queste orecchie.”), dovrebbe tendere sempre all’interrogatorio della conoscenza (e della coscienza) personale dell’arte del “parlare bene”. Da tale eventuale auto-analisi risultiamo tutti (chi più, chi meno) quasi sempre carenti di adeguate conoscenze, per cui colpevoli della dubbiosità altrui. È una questione di eterogeneicità dei linguaggi (gli esempi 1), 2) e 3) sussistono in regime di contemporaneità e a diverse gradazioni), che portata all’estremo conduce alla sindrome della Torre di Babele. È forse un problema da inoltrare agli istituti educativi: devono essi stessi recuperare il reale valore sociale di un approfondito studio della Grammatica, della Retorica, e infine della Dialettica. Uno sguardo ampio deve saper prendere in considerazione la radice del male, prima di giungere alle “minuzie” delle incapacità conseguenti. È funzionale fornire gli strumenti per operare, prima di operare direttamente sulla socialità.

Dico questo – e così ritorno alla politica – perché a mio parere il non sapersi esprimere adeguatamente è forse uno dei motivi per cui la Sinistra – cui ideologicamente tendo ad ascrivermi (dunque parlo pro domo)  – non riesce ad essere ancora convincente. Morale della favola: occorre riconsiderare la più antica accezione del termine Retorica, quella non negativa, e bisogna farlo con progetti di ampio respiro.

 

Gaetano Celestre