Dinamiche socio-politiche: l’arte di non farsi capire
- 2 Novembre 2013 - 14:45
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Mettiamo subito in chiaro che io non credo assolutamente ad una sorta di presunta e montante “mediocrizzazione” della società, quanto meno non credo nella assolutizzazione di questo concetto, quando esso viene posto in risalto sulla base di raffronti con il passato. Stesso discorso per quanto riguarda la morale, pubblica o privata, se è mai possibile operare distinzioni reali. Non siamo più cretini o più immorali di quanto non siamo già stati in passato. Sì, come già scritto altrove precedentemente, ci sono dei picchi generazionali in cui si può statisticamente affermare che i cretini sono più cretini del solito, ma si tratta di considerazioni fatte su posizioni oscillanti periodicamente. Chiarito questo, dopo aver scritto recentemente su queste pagine che la classe politica di oggi vive un momento di picco per quanto riguarda la mediocrità raggiunta, vorrei andare avanti e porre la lente di ingrandimento su un altro degli indici di valutazione utili a individuare la cause di tale scempiaggine periodica: la Retorica!
Le principali accezioni del termine “Retorica” sono comunemente due e generalmente note a tutti, soprattutto quella negativa. Essere retorici, nel senso spregiativo, vuol cioè dire essere barocchi, ridondanti, ampollosi, eccessivamente orientati ai virtuosismi della “forma” quanto essenzialmente privi di “materia” nei discorsi. L’accezione negativa di “retorica” segue le medesime sorti del termine “sofista”, in qualche modo tramite lo stesso iter consequenziale, sin dal principio della valutazione degenerativa. Si tratta, com’é ovvio, di meccanismi plurisecolari che non possono essere oggetto di valutazione preferenziale, ma sostanzialmente ci si deve fermare ad una critica in qualche modo aspirante alla scientificità. Dunque occorre muoversi su di un piano esperienziale, sperimentale. Partiamo dagli esempi:
1) L’egregio cavalier Silvio Berlusconi, pur non essendo il mio punto di riferimento politico, anzi essendo esso da annoverarsi tra gli avversari acerrimi cui si ascrive la mia corrente partitica, è da considerare comunque soggetto politicamente rilevante nel contesto dialettico della diatriba democratica italiana. L’Italia – da non dimenticare – è Repubblica fondata sul lavoro sin dai suoi cardini costituzionali, ed è innegabile che una tale rilevanza in questo senso può risultar essenziale al fine della valutazione del cavalierato del lavoro assegnato al soggetto in questione stesso. Per cui appare chiaro, e fondamentale – sottolineo fondamentale – che non può esser scevra da tali considerazioni la risultanza finale delle conseguenti azioni politiche che verranno intraprese e già sono in atto.
L’esempio 1) , contrariamente a quello che ho precisato prima, non cela una sostanziale mancanza di contenuto. In realtà il soggetto dell’esempio, seppur sofisticamente, sta cercando di celare un messaggio dietro l’ampollosità delle parole. Semmai è possibile dire che l’utilizzo della retorica è spregiudicato, in funzione del contenuto dialettico. Parte da questa critica l’esigenza storica di svalutare la retorica in ragione di una maggiore chiarezza dialettica:
2) Berlusconi è un delinquente ma dobbiamo per forza far patti con lui!
Con l’esempio 2) – un inverosimile dichiarazione – si giunge all’eccesso di chiarezza, che è sì funzionale alla fondatezza dialettica, ma troppo rivelante e pericolosa (il mito platonico della caverna può essere utile riferimento). Per cui, spesso, occorre ripiegare su un più mediocre modo di concepire lo stesso messaggio:
3) Berlusconi, ora non stiamo a dire cos’ha fatto o ha detto, è quello che è. C’è l’Italia in gioco, qui bisogna mettere al centro degli interessi il povero italiano bistrattato. DOBBIAMO CAMBIARE ROTTA!!! Stiamo attenti, perché altrimenti si creano situazioni incontrollabili. Va bene tutto, noi abbiamo una storia diversa, ma ora si deve essere responsabili.
L’opinabile correttezza e il dubbio di funzionalità del 3) non è tanto da ricercarsi in ciò che è stato detto, ma nel come è stato detto. L’uso di slogan e di maiuscole – anche senza un reale bisogno – il tono giustificativo e popolare, rendono un messaggio di mediocrità che è essenzialmente diseducativo, non tanto per le ragioni dialettiche, quanto perché funzionale ad una sorta di autoidentificazione dell’osservatore sull’osservato. Mi rendo conto che le “larghe intese” sono forse state l’esempio peggiore possibile, quanto meno per cercar di far capire che non tutto va detto così come è pensato. Quello che intendo dire, nel momento in cui parlo di picco di mediocrità, è che in questo frangente storico si sente forse un po’ meno il giusto sforzo di una equilibrata mediazione retorica, e ciò anche a causa dei cattivi esempi. Del resto, quest’ultima è una valutazione di tipo “preferenziale”, dunque tornando all’astrattezza pseudoscientifica: o si è estremamente e maldestramente sofisti (1), o sì è grillini a vuoto, persino renziani per certi versi (2), o si è una via di mezzo amorfa e non accattivante (3).
Sarebbe interessante prendere in considerazione anche le imperanti deficienze grammaticali, tanto per completare il quadro del Trivium dimenticato. Restando alla Retorica, spesso può capitare di parlare e sentirsi osservati con dubbiosità. Chi incappa in simili situazioni (mi capita!), prima di porsi il problema dal punto di vista egoistico/superomistico (con tono profetico: “Eccoli qua, eccoli che ridono: non mi capiscono, io non sono la bocca per queste orecchie.”), dovrebbe tendere sempre all’interrogatorio della conoscenza (e della coscienza) personale dell’arte del “parlare bene”. Da tale eventuale auto-analisi risultiamo tutti (chi più, chi meno) quasi sempre carenti di adeguate conoscenze, per cui colpevoli della dubbiosità altrui. È una questione di eterogeneicità dei linguaggi (gli esempi 1), 2) e 3) sussistono in regime di contemporaneità e a diverse gradazioni), che portata all’estremo conduce alla sindrome della Torre di Babele. È forse un problema da inoltrare agli istituti educativi: devono essi stessi recuperare il reale valore sociale di un approfondito studio della Grammatica, della Retorica, e infine della Dialettica. Uno sguardo ampio deve saper prendere in considerazione la radice del male, prima di giungere alle “minuzie” delle incapacità conseguenti. È funzionale fornire gli strumenti per operare, prima di operare direttamente sulla socialità.
Dico questo – e così ritorno alla politica – perché a mio parere il non sapersi esprimere adeguatamente è forse uno dei motivi per cui la Sinistra – cui ideologicamente tendo ad ascrivermi (dunque parlo pro domo) – non riesce ad essere ancora convincente. Morale della favola: occorre riconsiderare la più antica accezione del termine Retorica, quella non negativa, e bisogna farlo con progetti di ampio respiro.
Gaetano Celestre














Leonardo
è un grande messaggio che temo non entri bene nella mente di coloro, a partire dalla sede locale, dovrebbero essere padroni della buona retorica. Essi si sono convinti che l’ampollosità barocca sia sfoggio di cultura e non si rendono conto invece che è solamente orpello alla vacuità del loro agire e, ancorc più grave, del loro pensare.
Gaetano Celestre
Purtroppo, Leonardo, dubito anch’io della corretta ricezione (o anche solo della semplice ricezione) di questo mio messaggio. E sono pienamente d’accordo con te quando dici che ad essere interessato dovrebbe essere il livello sussidiariamente a noi più vicino, non tanto per un discorso di “pagliuzze e travi”, ma perché sono convinto che la “soluzione” debba arrivare dal basso, dalla periferia partitica. Non ti dico neanche “speriamo bene”, la speranza è dei deboli. Vediamo che succede…
Orwell
L’autore di questo articolo, a proposito di segreterie di partiti, scriveva così qualche articolo fa: “Approssimazione quantaltristica e faciloneria sbrigativa che sono il substrato freudiano dei comportamenti effimeri (inconcludenti e allegramente lontani da ogni obbiettivo concreto) delle attuali e future Segreterie dei Partiti (come dei MoVimenti, nessuno si salva), e di chi ambisce ad esse, a tutti i livelli geografici”
E allura ora mu vuliti diri cu l’ha capiri a retorica? I vecchi politici o i nuovi (amici dell’autore di questo articolo)?
Gaetano Celestre
Devo ammetterlo, mi capita qualche volta di dovermi ricredere su opinioni precedenti. Quando ciò accade me ne faccio un vessillo e lo sbandiero ai quattro venti, piuttosto che adombrarmi nel silenzio di chi spera non se ne sia accorto nessuno (qualcuno mi ritiene “strambo”). In questo caso – intendo quello delle Segreterie di Partito, della Retorica, e tutto quello che ruota attorno – sino ad ora non mi sono ricreduto di nulla. E dunque non ho dovuto neanche smentire… Mi pare ovvio che, con l’articolo di questa settimana, io, l’autore di questo articolo, ho voluto precisamente ribadire la stessa idea già precedentemente espressa, caro Orwell… Non si salva nessuno, né vecchi, né giovani, e neanche gli amici. Nemmeno io, in tutta sincerità, sono da considerare scevro di manchevolezze grossolane, e questo mi sembra un buon punto di partenza per cercare di far meglio in futuro, almeno credo.
Leonardo
Non per difenderlo, cosa che è in grado di fare da solo e con successo, ma a dire il vero Gaetano nei suoi articoli fa largo uso di metafore e artifici retorici, ma i suoi articoli non sono di cronaca politica, ma di metafisica romanzata. La retorica di cui parla è invece presente quotidianamente anche nelle semplici discussioni da bar e nei comunicati ai cittadini, comunicati che dovrebbero essere escplicativi mentre invece tendono spesso ad avere un carattere “complicativo”, come se la chiarezza fosse una cosa troppo culturalmente infima per essere ricercata in maniera grammaticalmente semplice.
Orwell
Nessun attacco, non volevo attaccare Celestre. Volevo solo capire se le sue determinazioni filosofiche e retoriche si potevano applicare anche agli amici di segreteria del PD. Visto che mi ha risposto di sì, non ho nulla da eccepire. Anzi mi fa piacere sapere che nel PD di Scicli c’è almeno uno che fa autocritica, anche sul comportamento degli amici di corrente.
Left
Sono d’accordo con quanto dice gaetano. E io lo avevo capito che si riferiva a TUTTI. Invece mi viene da chiedere che cosa ci fa con quella gente, visto che lo sa anche lui che non sanno farsi capire. Non sono il nuovo. Nuovo non ne vedo in giro. Non faccio nomi ma mi riferisco alla segretaria che anche lui supportava durante il congresso. Rispondo anche al signor leonardo che commenta. Secondo me non è solo metafisica romanzata, ma gaetano vuole lanciarci un messaggio che è anche cronaca politica.
Uno senza tessera
Infatti. L’articolo è bello e tutto apposto, mi piace e condivido. Ma quelli che Celestre appoggiava in congresso non funonziano proprio. Ma non perché quelli del contro erano meglio, anzi. Simu a peri ri tutti banni. E lo dice uno che ha sempre votato a sinistra.
Uno con la tessera
Eleda è un buon nome, e il progetto che gli sta attorno è credibile. Gaetano fa bene ad appoggiarlo. Ma qui si è travisato ciò che voleva dire l’articolo: c’è un problema di cattivo uso della retorica nei dialoghi di tutta la Sinistra, nessuna delle correnti si salva. Si tratta di un problema di comunicazione
Gaetano Celestre
In effetti, occorre precisare che il tema di questo articolo non sono le beghe politiche locali, che pur in qualche modo mi riguardano. Il tono del discorso è da tenere in conto più all’interno di un ambito culturale. Che poi tale ambito racchiuda in sé anche le mie considerazioni sulle vicende locali, è incidentalmente innegabile, quanto assolutamente non essenziale ai fini della comprensione dell’idea generale sottostante all’articolo stesso. Intendo dire che il problema di comunicazione – così come mi viene suggerito tra i commenti – è un inconveniente che tocca tutti gli attori e a tutti i livelli dello scenario politico (ma non solo quello). Sto per l’ennesima volta ripetendo ciò che avevo già scritto. Schopenhauer parlava di “dialettica eristica” come sistema per convincere l’altro, tramite il mezzo della retorica, al di là della “verità” intrinseca del messaggio espresso. Ammesso che l’uso spregiudicato di un tale sistema dialettico è senz’altro deprecabile, se oggi si vuol credere che una forma di “verità” – perlomeno putativa – si possa rinvenire a Sinistra, esiste qualcuno che sia in grado di porgli a servizio anche una buona chiacchiera? Ed è possibile fare buona politica senza buona chiacchiera?
Maccio
Signor Celestre mi trovo del tutto d’accordo con lei