Tra essere e non essere, il divenire

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Quanto più mi capita di addentrarmi, di volta in volta, nell’orbita delle due sfere che costituiscono i corpi celesti di cui sono satellite, tanto più mi sento di dovermene allontanare. Il mondo del reale (o per meglio dire, quello che si percepisce “esistente”) e quello delle idee (rifugio dalle bruttezze percepite dai sensi), Solari lamine di luce e Lunari bagliori rischiarano i sentieri tortuosi di ognuno di noi. Se mi è concesso attualizzare, voglio confessare – forse a me stesso – di trovarmi spesso nella contraddizione di voler fare politica e di volerla fuggire; in termini letterari, essere lettore di Sciascia o di Borges; impegnarmi o disinteressarmi per cercare l’ideale. Entrambi gli aspetti, quello dell’individuo che cerca in solitudine, e quello che agisce nella società, sono le pulsioni ancestrali dell’umanità (destra e sinistra, se vogliamo).

Sto terminando di leggere in questi giorni un gradevolissimo racconto fantastico di Hesse, “Il giuoco delle perle di vetro”. Lo segnalo con una citazione, credo pertinente: “…non aspirava soltanto a un allineamento dei campi del sapere e della indagine, bensì a un intreccio, a un ordinamento organico; andava dunque cercando il denominatore comune. Che è una delle idee elementari del Giuoco delle perle.” Ed è proprio su questo minimo comun denominatore che mi arrovello ormai da decenni. Esso esiste o lo fisso io come dogma di speranza? Cioè, mi chiedo, è possibile trovare una sintesi anche solo di approssimazione (socialismo) tra le due opposte tendenze ancestrali dell’uomo? Abbiamo i libri di sociologia, e i programmi politici, pieni zeppi di “titoli”, ossia di indicazioni generali. Ma nulla che entri nel merito. Come si cerca questo minimo comune denominatore? Qualche pagina più avanti, nello stesso libro, viene asserita qualcosa di straordinariamente contraddittorio, rispetto la citazione precedente: “Non dobbiamo rifugiarci dalla vita attiva nella contemplativa, né viceversa, ma procedere alternando l’una all’altra, vivendo l’una e l’altra e partecipando ad entrambe.”

Ora, se mi sento fiducioso di aver compreso il senso generale di quest’ultimo consiglio, e quasi mi verrebbe voglia di rafforzarlo con l’esoterica immagine dell’albero che cresce – entità in divenire – mi frena tuttavia, e sconvolge addirittura, il vocabolo tradotto da Pocar con “alternando”. Cosa vuol dire? Forse, è vero, si tratta di una dicotomia insanabile, ma per “partecipare” dell’una e l’altra sfera, è utile fissare delle ordinate mentali, delle utopie. Magari sogni ideali irraggiungibili, come il punto all’infinito dove si incontreranno – prima o poi – le rette parallele. O qualcosa del genere. D’altro canto, il compimento circolare dell’essere non è forse il non-essere, almeno in natura? E l’uomo può forse sfuggire a tale ineluttabile girandola? Forse sì, biologicamente senz’altro (nulla è completamente essere, né non-essere), ma sono propenso a credere che anche le idee, come i semi dalle infiorescenze dell’albero, possano sopravvivere a lungo nel tempo, per diversi cicli. Sono ancora convinto che occorra ragionarci bene, su questa schizofrenia così utile al buon equilibrio del sistema di convivenza sociale. Il minimo comun denominatore probabilmente non esiste, ciò non toglie che mai vano sarà cercarlo, come percorso riformista. Si stia certi che le rivoluzioni sono solo eventi che contraddistinguono la chiusura e apertura di cicli, e se dunque avvengono, sono assolutamente indipendenti dalla volontà dei singoli. Esse, le rivoluzioni, sono null’altro che conseguenze di realizzazioni, di raggiungimenti anche maldestri di primarie utopie. Sono fallimenti!, spiace dirlo. L’uomo, dalla sua, tra destra e sinistra, tra essere e non essere, idea e realtà, può solo cercare di migliorare la sua esistenza. E sarebbe già una grande impresa.
Gaetano Celestre

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