I dilemmi del villeggiante

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Da qualche giorno ormai mi trovo finalmente a Cavalarica, per la villeggiatura tanto ambita. “Villeggiatura”, già il termine stesso suggerisce novecentismi. E di fatti lunghi mesi di permanenza beata auspico a me stesso, velleità temporale insostenibile nell’età del produttivismo a vuoto, pregando in tutta serietà gli elementi naturali, animati o meno che siano da superne entità (io spero di sì!), perché assecondino la mia attesa di trastullo, e anzi mi accompagnino in lietezza ininterrotta, mentre sto col piede immerso a metà, svagato e indeciso – dico del piede! – indugiante per le inezie di alcune curiose forme d’alga o qualche resto di conchiglia particolarmente elegante nel variopinto simbolismo, e prestino cura che nulla – o perlomeno poco, e sempre in mollezza – interrompa la quiete del mio lento procedere, l’incerto passo a meno di un metro dalla battigia. Lì dove la fiacca risacca induce alla sonnolenza e dal basso fondale sabbioso i riflessi di un misterioso dorato reticolato emergono sulla superficie dei placidi flutti, abbagliando e pregiudicando la lucidità di quel che resta dei collegamenti causali tra l’intelletto e il senso visivo, così che l’effetto nuoce gradito come il canto delle sirene all’udito di marinai in rotta verso l’oblio, attendo la confusione. Sempre che il dio dello stabilimento balneare non metta la musica troppo forte, vanificando i tentativi miei di annullamento nella natura circostante. Mi toccherà pregare anche il bagnino, perché si faccia ambasciatore del buon silenzio?

Ad ogni modo, mi auguro di trascorrere così – bene o male – gran parte delle giornate a venire, almeno fino a ottobre, solamente mi riservo di concedere qualche data al mio impegno politico per la salvezza dell’umanità. Mi spiego: se decido di muovermi dall’amena e ventilata Cavalarica, per addentrarmi nell’afosa, affollata cittadina di Montalbano (nulla, veramente nulla gli è rimasto del vetusto paese; Scicli mi pare si chiamasse) lo faccio solo per l’ideale supremo, non per altro. Un dovere da imperativo categorico rincorre la mia coscienza! Altrimenti, dico se fosse per cagioni di minore rilevanza, non vi sarebbe dubbio, resterei senz’altro a Cavalarica. Spero che su questo non ci siano incertezze. Chiaramente – inutile chiosa – resterei molto, molto, molto, molto deluso se le mie intenzioni universaliste non fossero condivise appieno dai compagni di lotta e di impegno politico, con spirito d’ambizione e istinto ribelle. Be’, vedremo!, sarà mia cura aggiornare in merito allo stato dell’opera di salvamento, su queste pagine o sui social, ma tutto sommato, caro lettore, è molto probabile che non ce ne sarà alcun bisogno, poiché suppongo che te ne accorgerai autonomamente, se stiamo salvando o no una qualche cosa qualunque di quel che si vorrà lasciar salvare.

Che poi, occorre dirlo, io sono parecchio scettico in merito a salvataggi e volenterosi intermediari degli stessi (che siano incarnati o metafisici, come la tanto insussistente e tanto acclamata presunta, infida, soggettiva, relativa, esecrabile “bellezza” …che vorrà mai significare “bello”?, per favore spiegatemelo!), e spesso capita che mi incupisca su una secolare questione, precisamente quando rifletto, analizzo a mio modo, le circostanze attorno al dubbio che una partita ormai persa sia preferibile darla per perduta definitivamente, e così cominciarne un’altra, piuttosto che trascinare disperate situazioni irrecuperabili. Torniamo sulla spiaggia, sto leggendo un bellissimo romanzo di Thomas Mann, ne traggo una pertinente citazione: “Uomini come me non possono fare a meno di chiedersi se questi reiterati salvataggi d’una creatura che ha già un piede nella fossa siano da accogliere con gioia dal punto di vista della civiltà, o se i riformatori non siano piuttosto da considerarsi tipi recidivi ed emissari della sventura. Ritengo che all’umanità si sarebbe indubbiamente risparmiato un infinito spargimento di sangue e il più orribile strazio della propria carne, se Martin Lutero non avesse ricostituito la Chiesa.”, ed è fuor di dubbio che la Controriforma fece risorgere nuovamente un pur illustre zombie.

Visto che siamo in spiaggia, e alle amenità testé descritte rivolgo solo un volatile pensiero, con sommo disincanto – qui per fortuna non devo salvare l’umanità, c’è già il bagnino! – mi sembra che l’occasione possa risultare ottima e opportuna per interrompere ogni tipo di riflessione e di discussione, prima di cadere imo nel ctonio mondo della serietà, quindi girando il capo, da una parte e poi dall’altra, mi guardo attorno per vedere chi mi circonda. Vien da dedurne per mie considerazioni – con le dovute differenze, cioè tenendo in debito conto la mia originaria e perdurante virilità – una situazione affine da eunuco in un gineceo. Sull’arenile son tutte signore con bambino, di mattina. Sì, qualche rappresentante del sesso forte c’è, tra coloro che hanno chiesto le ferie con anticipo (i disoccupati invece non vengono a mare, forse per vergogna, chissà …), ma io sono e mi tengo ben lontano dalle brame da latin lover che codesti maschi latini in vacanza dovrebbero eventualmente palesare nei più goffi e magari anche riusciti tentativi di approccio. E ciò, cioè questa mia schifiltosa distinzione, non è da addebitarsi alle modaiole questioni di genere sessuale, a quel che attiene le scelte ipoteticamente e legittimamente diverse riguardanti la varietà dei gusti possibili in tema di selezione della partnership amorosa, s’intende!, come già precisato forse troppe volte non metto in dubbio la mia originaria e perdurante virilità, ma piuttosto affido la ragione della mia acquiescenza al mero disinteresse personale da completo appagamento nella sfera sentimentale, ossia: la gentil donzella che popola i miei sogni beati, anche nella quotidiana percezione del reale mi regala attimi incalcolabili d’infinità spazio-temporali, infine rendendomi privilegiato cittadino della sua manifestazione dell’essere. Ella è, e tanto mi colma in termini di affetto e complicità.

Così non vivo con grandi patemi d’animo la mia condizione monacale, e non so neanche precisare con scienza se in spiaggia vi siano presenze esteticamente rilevanti tra coloro che in rappresentanza del gentil sesso calcano le sabbie dalla fine granulosità. Ho conoscenza dottrinale, studiai bene a suo tempo, nell’evo medio della lunga oscura singolitudine, ma oggi mi manca la capacità di discernimento nel dato empirico. Del resto, infine, son mamme, con figlio al seguito, e mi guardano male, perché – lo ammetto – sono inquietante all’aspetto, non so neanch’io come mai. So di esserlo, punto e basta. Non appartengo poi neanche alla categoria dei pensionati, non vi apparterrò mai pare, sempre per economiche ragioni di salvezza dell’umanità. Dunque ben vengano le riforme che dovessero inibirmi sostentamento futuro, questo e altro per la salvezza dell’umanità. Tendenzialmente vorrei rientrar nel novero degli infanti. Schiller scriveva che “l’uomo gioca soltanto quando è uomo nel significato più pieno del termine ed egli è interamente uomo soltanto quando gioca.” Proprio oggi ho tirato la sabbia addosso al figlioletto del mio amico. Figlioletto? Che termini novecenteschi…
Ma probabilmente una mia partecipazione attiva ai giochi sempreverdi dei giovanissimi sgambettanti inquieterebbe ancor di più le madri, e già me le vedo torve a scrutarmi, con nervosismo. Ohibò, donde provengo, allora? E che ci faccio qui. Intimamente sento di cum-patire l’espressione malinconica della Euridice di Corot. Osservando l’attimo ritratto, e il particolare dei due protagonisti, facile è cogliere nello sguardo triste della fanciulla il disincanto di chi la sa lunga, una prematura ma già saggiamente preventivata delusione per il fallimento – del resto ormai imminente nella scena – dell’impresa di Orfeo, quest’ultimo invece appare persino stupidamente baldanzoso. L’imbecille colto nell’attimo prima di voltarsi! Sarò sincero, non mi fido neanche io di chi si prende la briga di voler venire a salvarmi, e quasi quasi – mia sia concesso il gergale siculeggiante – mi vien da suggerire agli occasionali eroi del mio destino di lasciarmi cortesemente in pace là dove mi trovano. Non sarà forse il campo di asfodeli degli eroi omerici, ma mi accontento di quel che è; senz’altro Cavalarica se mi è concesso scegliere! So che in seguito al mio precedente articolo per Novetv, qualcuno si è posto il dubbio se parlassi sul serio o meno quando raccontavo (cioè mi rendevo artefice di una fictio) di avvenuti rapimenti di turisti in Scicli, di congiure paramassoniche e di fantasiose dietrologie. Ebbene, questa è una gran brutta notizia per l’umanità, altro che salvarla. Meglio chiudere qui, per non addivenir all’offesa.

La civiltà occidentale mi pare che si trascini sempre più moribonda per le strade polverose del globo in fiamme, ma tutti fanno festa come se in fondo si può uscire impunemente dall’Europa e da tutto quel che si vuole, senza alcun rischio!, si possono distruggere istituzioni di tutti i tipi, purché ci resti in mano lo smartphone, c’è aria da Belle Epoque; la fiducia nelle illimitate capacità dell’uomo qualunque, tuttologo sui social, forse dovrà confrontarsi col ricordo della spedizione plutonica del divino cantore Orfeo – spesso l’ho richiamata, anche in chiave politica – e non c’è dubbio che il riferimento abbia una qualche simbolica rilevanza anche per noi; sia pure inconsapevolmente, un significato esoterico ancora tutto da sceverare lo percepiamo, in qualche modo. E Orfeo almeno sapeva suonare, tanto bene da far muovere gli alberi. Noi, dunque, che sappiamo fare? … La civiltà è morta e temo che i salvatori dell’umanità, a furia di voltarsi a guardare chi è rimasto dietro, non ci faranno mai uscire dall’Averno. Si tergiversa, si perde tempo, ancora tentando le vie dell’interesse particolare, in una diatriba di egoismi dell’individuo globale. Occasione persa questa globalizzazione, se ne poteva fare Internazionalismo! Forse sto facendo il moralizzatore? Per Giove, spero proprio di no. Del resto io consigli non ne posso, e non ne so dare. Non sono neanche qualificato, per potermi azzardare a farlo. Provo allora a suggerire qualcosa che sia il momento generale, a priori, per un consiglio che dovrà per forza provenire da fonti superiori in tempi futuri: Caro amico (mi rivolgo a un amico specifico che forse mi sta leggendo, e che spesso mi invita a contrarre la verbosa e logorroica espansione della foga in scrittura), se i riferimenti nel testo ti sembrano troppi, e ti assicuro che tuttavia non è così, ti invito a cercarne perlomeno il significato diretto e semplice in qualche dizionario. Così si leggeva una volta, in effetti, col vocabolario e l’enciclopedia accanto. Thomas Mann, proprio nel libro che sto leggendo in queste ore, menziona l’Argomento Ontologico, senza tuttavia fornirne la definizione. Devo ammettere che, nella mia pur certa ignoranza e faciloneria, ho sentito subito l’esigenza di interrompere la lettura, bruscamente, poiché proprio non ricordavo più, non certamente con la precisione dei connotati, in quali iter logici si risolvesse la dimostrazione dell’esistenza divina (ricordavo solo che l’adorato Kant aveva fatto riporre in cantina il classico Argomento in questione). Così ho dovuto cercarlo, su internet mi è riuscito facilissimo, me la sono sbrigata davvero in poco tempo. Direi che forse per il tramite di tale metodologia pratica conoscitiva qualcosa salveremo, a furia di cercare. Non so cosa salveremo di preciso, forse un po’ del nostro retroterra culturale, e sarebbe già molto probabilmente. La Chiesa, per esempio, lo zombie riesumato, ci ha conservato sino a qui quel che resta della latinità, il meglio di quella Civiltà (mica le tragicomiche macchiette del ventennio). Mah… Dunque Lutero fece bene a destar dal sonno i papalini? L’articolo è comunque troppo lungo? Non hai il tempo per cercare quel che io ti suggerisco, amico mio? Hai di meglio da fare? In tale ultimo caso, il problema si risolve da sé. Anzi, è già risolto!

Gaetano Celestre

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