Feste e Fasti di San Giuseppe, ossia della tradizione tradotta

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Domenica scorsa sono andato a Donnalucata, lo confesso. Il giorno dopo la festa effettiva, cioè poscia che la celebrazione dell’anticipo sangiusepparo fosse stata officiata. Si è trattato di una mia scelta consapevole, che solo marginalmente si può sussumere dietro la generale ritrosia alla visione dei cavalli oltremodo bardati e sofferenti. Al fine di evitare polemiche, e nervosismi delle tifoserie, mi porto subito avanti. Quel che mi interessava della festa era la festa, ossia la partecipazione popolare al farsi del momento comunitario; ancora più strettamente: la fenomenologia della struttura relazionale!, e su ciò cercherò di fondare uno studio da epistemologia poetica cavalariciense.

Dato ormai per acquisito l’allentamento del “legame alla cosa” (la re-ligio), per come questo, in forma istituita, è da rappresentarsi in qualità e quantità scaturigine dell’evento (la commemorazione della “fuga in Egitto”), la positivizzazione fenomenica della festa in questione si è concentrata negli anni – gradualmente in crescendo – sull’ampliamento della circostanzialità equina; sino al punto che, scomparsi o quasi i falò (altro elemento fondante della fenomenologia festiva giuseppara, oltre che vero legame ancestrale ai processi di purificazione tribale, dunque origine di fenomeni sociali meritevole di mantenimento simbolico e appassionato studio), la circostanza che abbiamo preso in considerazione è divenuta oggetto vero e proprio della festività stessa; e non ci nasconderemo reciprocamente la reale usanza che impone nella figura del nobile cavallo quasi una vittima, hostia, cioè bestia-simbolica di un nemico abbattuto e negli auspici destinato a cadere ancora in futuro, per mano del dominante vincitore (la mano victrix, da cui deriva victima), tutto ciò costituendo allegoricamente – e spesso tristemente – il poi noto rituale dei talvolta cruenti agoni (da cui agonia) che contingentano i festeggiamenti giuseppari. Ciò accade a Donnalucata, e così conformemente una settimana dopo a Scicli. Forse non tutti apprezzano le declinazioni in ferocia, tanto meno gli organizzatori o i mistagoghi della religione cattolica, ma sta di fatto che così è! Viene da chiedersi dunque se il sistematico non desiderato capiti per caso, come la cacca del piccione che inopinatamente caschi sulla punta del naso, oppure se sia possibile rintracciare responsabilità di qualcheduno. QUESTA È SCICLI!!!!! (…pronunciando l’affermazione con inflessione dialettale spartana). Tuttavia, ora, il piano morale davvero non mi interessa approfondirlo, certo non oltre i confini della mera chiacchierata utile a far trascorrere il tempo lietamente, anzi di una eventuale discussione su costumi e usanze da adottare disconosco qualunque reale validità, se il fine è quello di chi con forza cerca di portarli via al di fuori dell’individuo che osserva il tetto di stelle, per suggerirli alla socialità nei termini di cogenza pratica.

La descrizione generale, pur bastevole per molti versi, non mi esime dal precisare ancora l’incidenza attuale della buona intenzione di ripristino del falò-pagghiaru nella occorrenza che riguarda l’urbanità di Scicli, e sono abbastanza curioso di capire quale sarà la messa in pratica nelle sopravvenute contingenze legalmente richieste, quelle predisposte in ordine alla sicurezza e la salubrità cittadina. Sono curioso, ripeto, e lo scrivo senza ironie, ma anzi con fiducia, di capire se il ritorno del falò servirà a tenere ardenti le braci del passato (e quindi più che di passato, lunedì parlerei con ottimismo di tradizione e cultura sciclitana), o se invece non sarà interpretata dall’intero civico consesso quale mossa commerciale da sfruttare montalbanescamente per compiacere i turisti.

Torno a Donnalucata, dove le cose – nel corso degli anni – sono andate diversamente, riguardo tal ultimo aspetto (i falò di San Giuseppe), poiché la vicina campagna, la più minuta realtà urbana e la dimensione rurale, hanno consentito il vitale mantenimento della trazione in questione. Inoltre è da apprezzare, sempre nella organizzazione donnalucatese, lo sforzo di cercare nuovi “legami alla cosa”, siano pur quelli positivi (nel senso di “posti”) e fattuali dell’interesse gastronomico (mi riferisco alla “sagra della seppia”, una circostanza che bene si innesta nella realtà sociale costiera, ponendosi in bilico tra le ragioni dell’epocale dato consumistico e la percezione attuale della radice marinaresca della località). Delle mie impressioni riguardo la scorsa visita domenicale, la circostanza da descrivere che lascio per ultima, è la mia preferita, e poi in effetti si tratta del reale motivo per cui mi sono recato a Donnalucata. Solo apparentemente legata al dato consumistico, la fiera-mercato, a ben vedere è improponibile ai tempi Amazon. Certo non basta l’attenzione dell’acquirente di nicchia, anche se debbo precisare che prima dell’avvento degli mp3, di spotify o del ritorno al vinile, ho spesso scandagliato gli scaffali polverosi delle bancarelle dei cd e – a malapena sopportando la diffusione di musica napoletana – vi ho rinvenuto vere e proprie gemme musicali; dai bootleg di Santana ad alcuni introvabili lavori di Dexter Gordon. Ancora oggi, alcuni dei migliori titoli nella mia biblioteca, li reperisco nella bancarella del “comisaro librivendolo”. Si tratta di nicchia, di qualità, a buon mercato, ma che non può giustificare alcun generale nesso (il re-legare) ad un moderno interscambio di merci e valuta. Eppure le bancarelle, perduto il legame con la necessità originaria (la fiera, nella eventualità festiva, nei secoli scorsi era soprattutto occasione di compravendita bestiame) e dileguatasi l’esigenza dell’individuo-consumatore di acquistare quel che solitamente non è reperibile nel quotidiano commerciale, restano viva e vegeta manifestazione di umanità per curiosi, spettacolo nello spettacolo, che non sappiamo per quanto ancora sarà possibile osservare da spettatori e ristrettamente compratori. Vorrei dilungarmi – ma non lo farò – su quanto è piacevole sostare dinanzi a certuni istrionici presentatori con microfono, e ascoltare le spiegazioni eccellenti, le proprietà eclatanti e i commenti degli astanti, su oggetti della più varia natura: “No, nun lu ccattamu, Maria, pirchì puoi a casa ‘sti cosi nun funonziunu mai!”, un figuro accigliato così sussurrava alla sua partner. Ed è interessante guardare il via vai delle casalinghe con marito al seguito carico di manici di scopa e altre frivolezze da cucina, starvi in mezzo, sentirli parlare. Straordinario e strabiliante, ogni anno, l’oggetto particolare di tendenza, che sia un pelapatate a forma di temperamatite, o un tosa-ananas che arriccia piuttosto che affettare, di stramberia in stramberia. A cosa re-lego la mia festa, per mezzo di quale interpretazione, è presto detto; nient’altro che la casuale convivialità lieta. Senza operare un sondaggio dei termini utilizzati nei miei articoli, sono propenso a credere che almeno tre dei più ricorrenti sono: escatologia, lietezza e convivialità. Il lettore non si annoi se in fine sono spesso ripetitivo, anzi egli stesso si adoperi a sintetizzare in un solo ragionamento i tre termini in questione, ne ricaverà senz’altro la mia visione ideale, qualora questa lo possa interessare, ovviamente. Il mio richiamo, in occasione di questa riflessione ha il senso di indurre al questionarsi sulle ragioni laiche o meno del re-legare, che è operazione meramente umana, ancorché sia possibile ancorarla a visioni misteriose di prospettive soffuse e incognite. Ecco, se di qualcosa mi riesce facile lamentarmi, proprio tale perdita del senso di attesa verso il misterioso mi sembra il limite maggiore della società odierna, ed è purtroppo analogamente vero che ben poca attenzione si dispone da parte di questa stessa nei riguardi del presente come presupposto del futuro.

Gaetano Celestre

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