Da Fontamara alla Società Liquida

Fontamara - Guttuso, L'occupazione delle terre incolte

Giorno 8 Novembre, alle ore 18:30, presso la Libreria don Chisciotte, discussione di gruppo di Fontamara. Il Gruppo di Lettura di Scicli invita alla partecipazione tutti gli amanti della lettura.

 

“All’entrata di Fontamara, sotto una macera di sassi, sgorga una povera polla d’acqua, simile a un pozzanghera. Dopo alcuni passi, l’acqua scava un buco, sparisce nella terra pietrosa, e riappare ai piedi della collina, più abbondante, in forma di ruscello. Prima di avviarsi verso il piano, il ruscello col suo fosso fa molti giri. Da esso i cafoni di Fontamara han sempre tratto l’acqua per irrigare i pochi campi che possiedono ai piedi della collina e che sono la magra ricchezza del villaggio. Per spartirsi l’acqua del ruscello ogni estate fra i cafoni scoppiano spesso liti furibonde. Negli anni di maggiore siccità, le liti finiscono talvolta a coltellate; ma non per questo l’acqua aumenta.”

Tra le tante pieghe, tutte del resto attualissime, dalle quali cominciare a dipanare il gomitolo di un discorso sulla più famosa delle opere di Silone, scelgo l’appena trascritto incipit del secondo capitolo. L’esigenze di brevità, al fine di agevolare la lettura su schermo, mi costringe a rimandare ad altri momenti gli eventuali approfondimenti. “Macera”, “povera polla”, “pozzanghera”, “ruscello”, “pochi campi”, “collina” e non magari montagna, infine “magra ricchezza”; già sin dalla prima superficiale lettura, l’interprete non faticherà a individuare una prima intenzione autorale: mostrare una circostanza di povertà, o meglio di scarsità. In altre parole, prendendo l’acqua a simbolo supremo dei beni economici comuni, indi proseguendo dall’analisi alla effettività per individuare i contrasti conseguenti alla necessaria divisione di quel bene, Silone non fa altro che trasfigurare in racconto l’economica nozione di limitatezza dei beni economici.

La summa divisio sociale, tra cafoni e borghesi, risente forse un po’ troppo delle contingenze e circostanze storiche dell’esperienza politica e di vita di Silone. Tuttavia, la simpatia innegabile nei confronti dei cafoni, risulta non poco frenata dalla scientifica constatazione che lo stesso scrittore in più modi rileva nel deficit culturale di base. Nella società contemporanea c’è ancora molto di quella divisione, ma solo come manifestazione estetica, quando in realtà tutto ha preso le sembianze liquide di cui scrive ad esempio Bauman. Il lettore mi perdoni la banalità sociologica, poiché la scrivo in funzione di una rilevante aggiunta. Ebbene, già in Fontamara, si preconizza un futuro dalle conseguenze molto simili a quelle del nostro odierno quotidiano, identificando, nella figura dell’Impresario supercapitalista, il dio annientatore e omogeneizzatore delle partizioni sociali. L’Impresario, intendiamoci, non è cattivo. Di cattiverie sono capaci i vecchi borghesi, e forse anche i cafoni, ma il capitalista agisce solo per concreto e materiale interesse di funzionalità (accaparrare ricchezze). Nel variopinto codazzo di lacchè istituzionali, risalta in special modo don Circostanza, la giurisprudenza a servizio dell’utile: “Bisogna lasciare al podestà i tre quarti dell’acqua del ruscello e i tre quarti dell’acqua che resta saranno per i Fontamaresi.”, egli afferma, lasciando balenare l’idea perversa della ventura turbo-finanza (oltre il già rio produttivismo, la fictio della contabile utilità dell’utilità).

Leggere Fontamara oggi non è solo ricerca archeo-sociologica, e probabilmente può condurre il lettore ben oltre la mera amenità del momento ricreativo della lettura. Come detto in principio, non voglio enunciare troppo, né far morale (qualcuno, se non dio, ci liberi dai moralizzatori! Liberiamocene noi stessi, perdio, anzi pernoi!), ma un’ultima impressione la trascrivo senz’altro: temo sia giunto il momento di togliere il velo a questo cadavere in putrefazione  della società borghese. Occorre sotterrarlo al più presto, e prender consapevolezza di come stanno le cose. Niente distingue più l’uno dall’altro, perlomeno materialmente: in termini di bagaglio culturale vige l’uniformità da social, in criteri economici una percentuale bassissima di ricchissimi fa fronte a una larghissima base tendenzialmente in decrescita coattiva. Sostanzialmente, e potenzialmente, solo le idee ci differenziano, e meno male che potrebbe essere così. Ma ce ne vogliono di buone, per rendere equilibrata e vivibile la società di domani.

Gaetano Celestre

 

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