Cose gravissime accadono in Scicli (un divertissement)

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Molti non sanno quel che di terribile e anzi orribile sta avvenendo nella nostra bella cittadina. Per la verità quasi tutti non sanno, ma vi assicuro che quanti leggeranno l’articolo fino alla fine, in fine, non potranno più addurre ignoranze, e con deduttiva ma completa cognizione dei fatti, potranno pienamente considerare di quanta cattiveria è capace l’uomo. Cattiveria, già, ossia etimologicamente “del catturare”, di ciò mi accingo a parlare. E agli increduli giuro, su quanto è vero che sono sciclitano, che tutto quanto esporrò appartiene alla realtà dei fatti, per quanto qui solo tramandati. Vede bene il lettore che tergiverso nelle premesse.

 

Tanta è l’oppressione che sento nel cuore che proprio non so da dove cominciare. Temo perfino gravi ripercussioni sulla mia persona fisica. Eppure, sento che devo dirvi, cari concittadini, e forse la miglior risoluzione prende forma dalla brutalità dei dati di fatto: nei pressi del palazzo comunale, scendendo verso la scalinata della limitrofa chiesa di San Giovanni Evangelista – protettore di tutti i ricercatori di senno perduto – sull’ampio e lucente basolato che sì tante volte ha inorgoglito l’amor patrio di codesto beato campanile, per terra, vi sono dei segni di muratura che all’occhio distinguono il questo dal quello, le rozze pietre dalle nobili lastre circostanti; ebbene si tratta dell’ingresso di un rifugio antiaereo risalente al secondo conflitto mondiale. Ma queste sono cose note. Mi perdo ancora nelle chiacchiere. Ciò che sfugge ai più è che oltre a tal segnalato ingresso murato, ve n’è un altro, celato altrove – e per motivi di sicurezza ritengo di non doverne dare indicazione – vero e proprio accesso all’Averno, il qual conduce ai medesimi locali di preservazione ai bombardamenti che furono utili ai tempi tristi di quei bruti da tragica macchietta in militaresca divisa. Ora, dove sta l’orrore cui sin da principio ho fatto cenno? Oh, quanta pena a dirvelo, ma pur devo e pertanto confesso di aver avuto notizie certe che lì sotto, nell’oscurità, privi di rami d’oro, stanno imprigionati (captivi) dei poveri malcapitati, i quali in angoscia trascorrono il loro tempo attendendo che gli aguzzini loro gli concedano sospirate ore d’aria. Essi sono turisti rapiti. E i loro carcerieri li lasciano uscire solo sotto ricatto e solo per poter deambulare come zombie avanti e indietro lungo la famigerata via Mormino Penna, salotto buono dell’Umanità. Mi venne già il sospetto, in passato, cogliendo distrattamente affinità di aspetto nei volti che durante i giorni si susseguivano dinanzi alla mia vista nel contestuale svagato passeggiare mio. Ma devo ammettere che i secondini della tenebrosa mistificazione sono abili nel render tali sfortunati turisti travisati d’aspetto e diversamente, di volta in volta, ad ogni programmata uscita. Quel che è grave, in cuor mio lo dico, è che nel mentre stanno, e soffrono, e stridor di denti e pianti senza requie son per ore nella ctonia tenebra. Ma c’è dell’altro!

Forse è utile prima spiegare i presupposti di un simile misfatto contro l’umanità. Deve sapere, il lettore di questo foglio, che da anni in provincia (in Contea) fondi a profusione, statali prima ed europei dopo, sono stati benignamente inviati, a iosa, indi magnanimamente utilizzati, in parte, per onorare l’auspicio di una lieta prospettiva turistica locale. E fu primavera ovunque: Ibla è rifiorita, a Modica nel frattempo germogliava da nuovi semi la veneranda pianta di Cacao, e infine a Scicli si dava nuova linfa alla lunga tradizione degli sceneggiati polizieschi della prima rete televisiva statale (fu eiar, su onde radio). Circostanti a tali scaturigini, in ogni luogo, e in ogni dove, e quinci e quindi, sorgevano locali, negozi, ristoranti, bar, gelaterie, tutte attività di settore terziario e servizi rivolti al mero sollazzo dei visitatori incauti intercettati nel loro lento trascorrere lungo i nostri ameni vicoli. In breve ogni buco di queste tre città divenne occasione di auspicio profittuale, così accrescendo la beatitudine di attesa dei cittadini residenti, in perenne attesa si direbbe addirittura!, di una manna che nella speme non tardivamente sarebbe sopraggiunta copiosa, come prona a sorreggerli qual curva schiena di servo, e di ciò v’era fide indubitabile nei loro sogni di gloria. La speranza prendeva pian piano forma nelle ipostasi dei famigerati “turisti”. Copiosi, oltremodo, in volumi di densità quasi da solido geometrico in movimento, oppure come un blob, ecco!, sì, avrebbero invaso le nostre vie, e ciò sarebbe dovuto accadere presto con festosa immagine e manifestazione eclatante, opimo teatro essendo l’ottimo centro storico avito – bene superno del jet set unescano – ma che dico, in tutto il Val di Noto come minimo, per il bene comune, di tutti. E invece niente, il tempo passa, e ancora non arrivano, mai così numerosi da suffragare il grande sogno, questo: “io sto fermo, seduto, e i turisti mi pagano perché li ospito in un posto bellissimo, mi pagano per vedermi mentre gozzoviglio, io, mangiando pizza all’aperto sulle antiche vie del barocco isolano tipicamente in ritardo”. Scarsi, in termini di penuria si sono quindi affacciati alla ribalta del nostro superbo altare scenico, per una fatuo ricavo nel l’orgoglio prima ancora che nel portafogli. Oh, non veramente pochissimi a onor del vero, ma certo non nel numero necessario a garantire continuità e onnipresenza in tutta la provincia iblea. Così nel frattempo gli abili imprenditori nostrani, da oziosi che volevano essere si son dovuti dar da fare; da seduti a sedia. C’è un aspetto rilevante che non va però sottaciuto in tal metamorfosi, quello del “servizio verso il prossimo” – non pratiche di schiavitù, chiaramente, s’han da nomare – quelle per cui chi dà si predispone a ricevere nel paradiso, e dunque andiamoci piano a denigrare le velleità francescane dei nostri riti turistico-religiosi. Tuttavia, resta il problema: pochi turisti, rispetto il necessario.

E allora, come garantire la sussistenza logica di questo vivere di turismo di cui ormai si sente l’esigenza psicologica diffusa? Altro, ben altro che ancor più velleitarie destagionalizzazioni, ci vogliono, a questo punto. Da tali antefatti nasce l’intento crudele di una loggia paramassonica operante presso almeno tre officine nel territorio sciclitano, dislocate nei punti chiave dell’offerta turistica locale (io non so di preciso dove esse siano ubicate, poiché riporto solo notizie di seconda e terza mano, ma non escludo che rientri nel novero anche una presunta sede di Cavalarica). Dunque dicevo, l’organizzazione si prepone l’obbiettivo di impedire accesso di turisti verso le località esterne al nostro comprensorio ristretto, delimitato, circostanziato. A Scicli vanno canalizzati i flussi, anche con la forza e il cimento bellico. Sono nostri, il discorso è chiuso senz’altro!, perché Scicli è ben più bella e meritevole delle altre città. Gli altri accettino la verità, benché umiliante. Vadano a zappar la terra, gli altri, noi siamo le eccellenze sciclitane. Così van ragionando i congiurati. E mi creda il lettore, a muoverli non è la brama di denaro, bensì la pragmatica necessità dell’immagine fiorente che ha da trasmettere il sommo paese sulle pagine patinate, sui siti di informazione migliori dell’intera città di Scicli, e nell’immaginario stesso di chi tali cose deve e vuole pensare. Ma forse faccio prima se di seguito trascrivo il programma esposto dalla loggia, per come esso è pervenuto in mia mano. Avevo promesso al mio segretissimo informatore di non farne parola, con nessuno, per l’incolumità nostra e di tutti gli amati concittadini, ma come molti sanno, alla lunga non riesco a resistere, se una cosa rode la mia coscienza, se c’è quarchi cosa ri tuortu, agghia diri!, devo manifestarla al consesso umano, più che altro per spirito di solidarietà tra sconfitti (non rivelatemi mai segreti – ve ne prego – d’ora in poi!):
– L’adescamento dei turisti dovrà avvenire sui presupposti delle informazioni che trarremo dai nastri e le registrazioni ambientali, cioè per mezzo delle rilevazioni di microfoni e microspie installati presso i B&B. Preferibilmente si dovranno scegliere nuclei familiari di visitatori presenti per intero in loco. In ogni caso, per motivi di sicurezza, ognuno dei turisti catturati sarà sottoposto a processo di ipnosi per un approfondito lavaggio del cervello, occorrendo che essi dimentichino e siano dimenticati.
– Travisati con vestiario da trekking altoatesino, o in elegante giacchetta leggera, con barbe posticce o lunghi baffi ornamentali e pettinature sempre diverse, li sguinzaglieremo per la via famosa, munendoli di budget economico essenziale per gli acquisti a tutto spiano nei negozietti carini e nei botteghini del cibo prelibato a km0…o due, tre, circa insomma.
– Formazione di gruppi di arditi si rende necessaria. Saranno addestrati giovani leoni sciclitani per attività predatorie in territorio straniero, modicano, ragusano, e netino persino, al fine di rapire i turisti più svagati e distratti.
– Si reputa altrettanto indispensabile addestrare sciclitani a far da turisti, che siano consenzienti o meno. Per la patria!, questo è altro. Presto ricorreremo a stage formativi all’uopo utili, presso sedi estere e circuiti convenzionati. Siamo molti, in tutto il mondo. Presto sarà svelata a tutti l’unica e sola verità: il pianeta Terra è in realtà una nave da crociera.
– Promozione del divertimento cogente. L’Amministrazione ne prenda atto, partecipando senza timore.
– Svuotamento del centro storico, con larghi benefici in ordine alla viabilità su ztl. I cittadini residenti saranno tradotti in carceri speciali di rieducazione al turismo e ai suoi vantaggi. I più meritevoli saranno trasferiti presso il rifugio antiaereo di via Mormino Penna.
– Organizzazione a scadenza giornaliera di tutte le festività folcloriche, in tal guisa da ripetersi: lunedì San Giuseppe (cavalli bardati tutto l’anno, e falò con rogo di capri espiatori prescelti tra eventuali dissidenti, o turisti poco prodighi di elogi); martedì Madonna delle Milizie (la battaglia prevedrà uno scontro realistico tra nobilissimi giovani eccellenti sciclitani bene armati avverso infidi inermi disfattisti nemici del turismo. In tal modo eviteremo un meschino questionare ormai démodé, abbandonando vituperevoli rimandi ideologici e religiosi. Siamo tutti fratelli, in fondo, in un unico Turismo); mercoledì Pasqua, giovedì pasquetta (traslazione necessaria dal lunedì), venerdì santo (per antonomasia), sabato vigilia di San Montalbano, domenica festività magnifiche in onore alla sacra famiglia Palomar e santo Montalbano da Arizza. Unica variazione al programma riguarda il mese di Ferragosto (durata della mensilità: 90 gg; baldoria in riva al mare di via Mormino Penna).
– Promozione attiva di una nuova disciplina scolastica così denominata: Istituzioni dell’immaginazione. Alla fine, al termine del corso di studi, il turista autoctono, ormai ben indottrinato, dovrà essere capace di vedere il mare a comando. Parlarne al Sindaco-Preside…
– Mutamento della dicitura “cittadino” nel più consono e utile termine “turista”. Scicli godrà così del vantaggio di un flusso costante di circa ventoseimila turisti al giorno. Conseguente grande successo della stagione ricettiva.
– Vietare vendita di birra ai residenti in ozio ostile, impedimento agli stessi della libera deambulazione sulle vie pubbliche del centro (vadano a passiare a Jungi, invece di deturpare l’aristocratico ambiente… Sciclitani, tutti bugiardi, del resto!). Concessione ai vigili urbani della licenza di uccidere, così da renderli persino più fleminghianamente affascinanti agli occhi dei turisti.
– Nel lungo periodo, chiunque farà ingresso in città dovrà essere ridotto dapprima in ceppi, sequestrato, e imprigionato presso il rifugio di via Mormino Penna, lì gli sarà impedita capacità di non divertirsi, alla stessa stregua di residenti e turisti.

Questi alcuni punti, caro lettore. Ce ne sono altri, ben peggiori, che solo per non turbare l’opinione pubblica preferisco tacere, almeno al momento. Tremo al pensiero di non divertirmi stasera. Mi vesto adeguatamente, e vado subito in Via Mormino Penna a sorridere di soddisfazione insieme al resto della folla.
Gaetano Celestre

 

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