In occasione del 40esimo anniversario dal ritrovamento del corpo di Aldo Moro, riproponiamo una intervista realizzata 10 anni fa da Carmelo Riccotti La Rocca e Marco Iannizzotto al giudice Severino Santiapichi che processò le BR. L’intervista venne pubblicata sulla rivista Freetime

«Ne è passata tanta di acqua sotto i ponti eppure, per alcuni, il caso Moro è ancora uno dei grandi irrisolti misteri italiani.

“Credo che la volontà di approfondire il caso Moro sia legittima – ci dice Santiapichi – ma, sinceramente, non vedo quale strada si possa percorrere, almeno in mancanza di nuovi elementi concreti.” I misteri del caso Moro? Io sono un giudice e per me vale solo la verità processuale. L’unica cui deve attenersi un giudice. Noi abbiamo cercato di ricostruire la vicenda nei minimi dettagli, abbiamo dato attenzione ai fatti e abbiamo considerato anche le sfumature più minute. L’accertamento giudiziale è stato fatto, nel rispetto assoluto della legge e delle procedure». Non ha mai avuto la sensazione che dietro il fenomeno Br ci fosse dell’altro? “All’opinione pubblica italiana è impossibile pensare che l’ ideologia politica possa spingere alcuni giovani a sacrificare la propria vita in nome di un progetto politico. Eppure è stato così. La matrice politica è stata l’unica causa emersa nel processo Moro. E’ venuta fuori una realtà sostanziale: il fenomeno Br, d’ispirazione esclusivamente politica, non aveva nulla a che vedere con gli altri movimenti terroristici europei. Un fenomeno circoscritto alla realtà italiana.”




Come si sentiva l’uomo Santiapichi durante il processo Moro?

“Come il magistrato del mio ultimo libro (mi lascia un attimo, prende una copia del libro e m’invita a leggere il capitolo in cui si parla del “mestiere del magistrato.”

Ha mai avuto la sensazione di essere in pericolo?

“Diciamo che durante il processo Moro mi sono sentito spesso “amorevolmente seguito”. La prima notte del processo Moro fui costretto a dormire nella sagrestia di una chiesa perché nessuno voleva correre il rischio di accogliere una persona “sotto il mirino delle Br”. L’allora fidanzato della signora Faranda, aveva raccolto diverse mie foto e quando in udienza gli si chiese il perché di questo “accanimento fotografico” rispose candidamente che era un appassionato di fotografia e che il mio era un volto fotogenico. Gli stessi imputati mi lanciavano dei segnali inequivocabili su quella che sarebbe stata la mia fine. Per quindici anni la mia vita è rimasta sospesa. Sono stato costantemente sottoscorta e non ho potuto godere di quelli che sono gli svaghi comuni a ogni normale cittadino: mai un film, mai un teatro, mai un pubblico evento.”

Che cosa contraddistingue il processo Moro rispetto agli altri processi?

“Durante i processi per terrorismo, ai Nap (nuclei armati proletari) prima e alle Br dopo, s’inaugurò la stagione dei processi ai magistrati. La strategia degli imputati era di mettere in difficoltà i magistrati attraverso un vero e proprio “contro processo”.

Personalmente ho ricevuto diverse richieste di ricusazione provenienti dagli imputati. A distanza di anni, devo onestamente riconoscere che siamo stati a bravi a tenere in pugno il processo affermando la forza dello stato e delle istituzioni.”

Perché la vedova di Aldo Moro, accusa le istituzioni di allora e dice che suo marito fu eliminato perché scomodo?

“Evidentemente si riferisce al rifiuto a trattare con le Br e capisco il suo dolore. Come uomo salverei la vita umana sempre. Quando sono stato giudice in Somalia, dove c’è la pena di morte, ho usato l’escamotage delle attenuanti generiche per non applicarla. Da giudice di questo Stato dico, però, che non si poteva cedere. Non si poteva dare all’opinione pubblica e alle Br stesse questa idea di debolezza dello stato quando ad essere toccato è un uomo politico. Mentre proprio in quei giorni furono trucidati due agenti di custodia, come avrebbero potuto i loro colleghi aprire le porte per liberare dei terroristi?” Ferma restando la verità processuale, rimane qualche mistero. Su tutti quello di via Gradoli, dove si scoprì esservi il covo delle Br… “Un nome emerso da seduta spiritica, non va neanche preso in considerazione. Ciò nonostante, anche alla luce di alcune segnalazioni, gli inquirenti fecero delle ricerche in via Gradoli e anche nella cittadina del viterbese con lo stesso nome. Non fu trovato nulla. Poi ci fu un’infiltrazione d’acqua e si scopri che esisteva realmente un covo delle Br in via Gradoli a Roma. Non ci sono dubbi. Su quell’episodio qualcuno sbagliò.”

Tra le tante ipotesi sull’omicidio Moro spunta spesso anche quella della P2…

“Quella della P2 è una delle favole preconfezionate che si vogliono mettere in testa alla gente. Si tratta di ipotesi prive di fondamento storico e processuale. Consiglio alla gente di aprire la propria mente e di rifuggire da questi luoghi comuni. Gli iscritti alla P2 erano per lo più dei carrieristi che nulla avevano a che fare con l’omicidio dell’On. Moro.”

E vero che Aldo Moro riuscì, da solo, a mettere in crisi le Br durante la prigionia e dopo la sua morte?

“Non c’è dubbio che dopo la morte di Moro le Br si spaccarono e si svuotarono. L’assassinio di Moro fu un fatto drammatico anche per i brigatisti. Durante la prigionia risulta, invece, che cercò di mediare con i suoi carcerieri, mettendo in campo tutto il suo enorme bagaglio culturale. A un certo punto li aveva quasi convinti. Ma, si badi, non cedette mai. Non ci fu mai resa da parte sua.”

Ha avuto modo di incontrare i parenti di Moro?

“No. Li ho solamente interrogati, nel corso del processo, come testimoni informati dei fatti.”

Di quelli che lei ha condannato all’ergastolo, oggi tanti sono liberi.

“Non c’è nulla di cui scandalizzarsi, ora, se molti stanno fuori. Hanno pagato i loro errori con la perdita della giovinezza. Non possiamo giudicarli in continuazione. E’ giusto che anche loro tornino a vivere una vita normale. Personalmente ho anche curato la prefazione del bel libro di Adriana Faranda “Il volo della farfalla” e la cosa non mi ha turbato affatto.”»